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Da circa due mesi, Romano Emiliano Mariano Luciano Esposito degli Esposti e Concetta Maria Assunta Dolores del Carmine , vivevano appieno la loro felicità; difatti la neo-sposa era in “dolce attesa”...
Attesa molto dolce, nel senso stretto del termine: nelle ultime settimane, con la scusa della “creatura” che le cresceva nel ventre, si era fatta conoscere da tutto il vicinato nel raggio di cento chilometri.
Così, fra pranzi, cene, colazioni, inaugurazioni, funerali, cocktail-party, matrimoni, cresime e battesimi, era riuscita a fagocitarsi un numero impressionante di torte, pasticcini e dolcezze varie.
A quel punto, dopo otto mesi, i vicini li evitavano come la peste; li avevano messi al bando, tanto che la povera Concetta Maria Assunta Dolores del Carmine Esposito Degli Esposti in Valchiara, era caduta in forte crisi ipoglicemica.
Vedendola così triste, Romano Emiliano Mariano Luciano Esposito degli Esposti , la spronò a distrarsi preparando il corredino per il nascituro/a.
Maria Assunta Dolores del Carmine, che in ogni cosa si metteva con sacrosanta veemenza, cominciò a ...filare-tessere-tagliare-cucire e ricamare!
Di lì a due mesi aveva confezionato: dodici copertine in tinta unita, dodici fantasia, una trapunta patchwork, dodici camicine bianche, dodici colorate, dodici calzoncini tinti e dodici bianchi, e poi babbucce, berretti, cappottini, e tutine a profusione.
Già che si trovava, per non restare in ozio, colse l’occasione per rimodernare casa e così aggiunse pizzi e merletti a coperte, tende, tovaglie, asciugamani, presine, stracci e canovacci.
Si fermò solo quando, in una gelida alba, suo marito, specchiandosi in bagno, cacciò un urlo di raccapriccio cadendo a terra in preda alle convulsioni: sua moglie gli aveva bordato lo scollo e i polsi della camicia da notte con del prezioso pizzo Chantilly (Crema Chantilly, Torta Chantilly, Pizzo Chantilly…).
Ormai mancava solo un mese al lieto evento, e Romano Emiliano Mariano aveva già intagliato due - tre mila cosucce in legno per il nascituro/a.
Tutto sembrava scorrere nei migliori dei modi: la puerpera era fresca e bella come una rosa e tonda come la luna piena, la stagione era ottima e i campi verdeggiavano di ortaggi e frutti.
La quiete prima della tempesta!
Un bel giorno, Concetta Maria Assunta Dolores del Carmine, cominciò ad avere lo voglie...e che voglie!
Questa volta la sua ossessione si esplicò sugli ortaggi : voleva mangiare solo rape!
Rape: rosse o bianche che fossero, in padella lesse o al forno, ne voleva da mattina a sera.
Odorini aleggiavano per la casa: stufato di rape rosse, rape ripassate, pollo ripieno di rape bianche, frittata di rape, soufflè di rape…non si parlava d’altro; libri e ricettari la facevano da padroni.
Sennonché mangia oggi, mangia domani, i coniugi rimasero senza rape; anche saccheggiare i mercati rionali diede scarsi frutti (e ortaggi).
Fu così che Concetta Maria Assunta Dolores del Carmine andò in crisi d’astinenza.
La povera donna soffriva terribilmente; aveva le convulsioni, i deliri.Da mattina a sera sussurrava: ”Raperaperaperaperaperaperapeinpadellarapefrittelessecolpomodoroaglioliopeperoncino…..!!!”
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La notte biascicava nel sonno e perfino mentre cuciva non ricamava che rape.
Distrutto dalla preoccupazione, e dal mal di testa, Romano Emiliano Mariano Luciano Esposito degli Esposti prese una decisione drastica nonché fondamentale: rubare le rape nello splendido orto della vicina, la vedova De Profundis.
L’impresa si presentava ardua, disperata, quasi suicida: ma Romano Emiliano Mariano Luciano Esposito degli Esposti in Valchiara, aveva il nobile sangue degli Esposito nelle vene e non era certo uomo da poco.
Col calar delle tenebre, nel momento in cui la luna fu oscurata da nuvoloni, Romano Emiliano Mariano Luciano Esposito degli Esposti ,si avvolse in un mantello scuro e strisciando muro - muro, quatto - quatto s’intrufolò nel giardino/ orto della vicina.
La luna spuntò dietro le nuvole illuminando i filari lussureggianti e ordinati: il lontano verso di un gufo fece trasalire l‘impavido fattore il quale si strinse al collo il manto bordato di pizzo Chantilly.
Cauto come un serpente, ma non puro come una colomba, Romano Emiliano Mariano Luciano Esposito degli Esposti si chinò e raccolse, fra il verdeggiar di foglie, due o tre rape nascondendole in un canevaccio (bordato di pizzo Chantilly).
Silenzioso sgattaiolò fino al cancello, guardingo tese la mano per aprire il saliscendi, ma…qualcosa di gelido lo imprigionò!…
Trattenne a stento un urlo: si padroneggiava a fatica.
Vestita di viola e nero la vedova Walfrida de Profundis in Marini, Baggio, Ronaldo, Origami, Sushi, Shumacher, Fellini, lo scrutava fra i veli svolazzanti che le scendevano dall’elegante cappello a tesa larga.
- Cosa ti stai fregando dal mio orto? - La sua voce era elegante, ma tagliente come una lama.
Romano Emiliano Mariano sentì un brivido scorrergli lungo la schiena, sentì uno spasmo al cuore, ebbe un conato di vomito -…tre…r rape…ne…ho assoluto bisogno - balbettò non osando alzare gli occhi (dalle scarpe di pitone viola della vedova).
- E sia,ti concedo di tenerti la refurtiva, a patto che il primo essere vivente che ti verrà incontro sarà mio!! - Ululò la vedova, ridendo forsennatamente. Detto questo si voltò scomparendo in un turbinio di veli .
Romano Emiliano Mariano era disperato.- Tanta fatica e poi? - Singhiozzò - ...sicuramente - si disse - la mia dolce mogliettina,travolta dal suo delirio raperonzolato, mi correrà incontro porgendomi la padella con l'olio caldo e gli aromi...
Sconvolto, tremante, entrò nel suo podere; guardingo aprì la porta, avanzò cauto guardandosi attorno con circospezione, ma... ecco...che il cane gli saltò addosso sbattendolo a terra: Concetta Maria Assunta era salva!!
Il giorno dopo, la vedova si vide recapitare Blitz, il feroce cane degli Esposito, così chiamato per la sua abitudine di tendere tremendi agguati seguiti da fughe repentine!
Così tutto si risolse nel migliore dei modi, e per circa dieci giorni la vita scorse tranquilla alla fattoria Esposito.
Ultimamente però, nelle feste di paese e anche nei giorni feriali, la vedova ostentava un neo-look lacero stracciato (gli storici ricollegano la comparsa del cane al nuovo look della vedova: i famosi blitz di Blitz ).

Senonchè, Maria Assunta Dolores del Carmine, ebbe una pesante ricaduta; una crisi d’astinenza costrinse Romano Emiliano Mariano Luciano Esposito degli Esposti a legarla al letto e a prendere provvedimenti drastici.
Così a notte fonda avvolto in un nero mantello (bordato di pizzo Sangallo) Romano Emiliano Mariano Luciano Esposito degli Esposti, strisciò di nuovo nell’orto confinante.
Aveva appena acchiappato un ciuffo di rape, quando Blitz lo placcò a terra e da un turbine di stracci nero viola emerse la vedova de Profundis (Marini, Baggio, Ronaldo, Origami, Sushi, Schumacher, Fellini).
- Cosa prendi nel mio orto? esordì, casualmente, in tono perentorio la gentil donna.
- Cocomeri! - Si spazientì il poveretto sull’orlo d’una crisi nervosa, in mano teneva ciuffi di rape.
- E sia, ma il primo essere vivente...- continuò la vedova per nulla turbata dal cambio di copione.
Così con il cuore in gola, Romano Emiliano Mariano tornò a casa esausto: gli ululati di sua moglie riecheggiavano nella notte: ”raperaperaperaperape……”
Non appena, oramai rassegnato alla perdita dell’amata consorte, aperse la porta il gatto Brandell gli si catapultò sul viso lasciando un visibile segno del suo passaggio.
Il gatto, era stato chiamato così in omaggio di un suo certo vizietto: amava ridurre in strisce tutto quello che gli capitava fra le zampe.
Così la vedova, in virtù del patto, si vide recapitare Brandell con un bel fiocco di pizzo Sangallina: lo scambio gatto/rape non la rese per nulla felice, ma le toccò star zitta e salvare la sua dignità (lacero/contusa).

Ma Concetta Maria Assunta non conosceva mezze misure, e perciò almeno due volte a settimana suo marito si sottoponeva all’estenuante maratona notturna.
Allo scadere del nono mese la situazione era la seguente:
Vedova Walfrida de Profundis (Marini, Baggio, Ronaldo, Origami, Sushi, Schumacher, Fellini): un cane feroce, un gatto schizoide, una mucca stitica, un coniglio nevrotico, un gallo muto, un cavallo zoppo, un maiale con tendenze suicide e una pecora con la paranoia.
Rape zero.
Romano Emiliano Mariano: pazienza sette gradi sotto zero, animali da cortile scarsi, lividi tanti…
Sì, perché in tutto questo andirvieni, Concetta Maria Assunta, s’era messa in testa che lui e la Walfrida fossero amanti, e questo avrebbe spiegato i costosi doni che il marito si permetteva di fare alla vedova (gli animali da cortile).
Finalmente nel bel mezzo di una feroce lite, Concetta Maria Assunta ebbe le doglie, e dopo cinque minuti di travaglio ebbe la decenza di mettere al mondo una splendida bimba.
Romano Emiliano Mariano, felice come una pasqua, voleva chiamarla Notturnia in ossequio alle sue allucinanti nottate a caccia di rape.
Sempre in perfetto accordo, la puerpera, vedendo quel capolavoro di neonata cresciuta a dolci e rape decise di chiamarla Delicia.
In effetti, Delicia era uno splendore tutta bianca e rosea come una pesca, tonda come una rapa, con ricci biondi e occhi verdi color, appunto, cime di rapa: una delizia.
Ma la “Delizia” non mancò di far onore al suo primo nome, battendo tutti i record, a far passare sette notti, su sette, in bianco ai suoi amati genitori.
Quando finalmente imparò a dormire (ad un mese dalla nascita) in orari decenti, cominciò a succhiare e sbocconcellare tutti i pizzi e merletti della casa (che non erano pochi)....
Purtroppo,la piccola Notturnia Delicia, era perenne fonte di litigio fra i suoi genitori. La sua presenza era talmente devastante, da non sapere veramente a chi attribuire tutti quei malevoli tratti caratteriali.
Non appena, subito, fu in grado di gattonare cominciò a devastare le piante dell’orto. Suo padre dietro, la rimproverava urlando - Delicia, sei una vandala irresponsabile come tua madre !-
In casa, la piccola sbaraccava tavole apparecchiate con la rapidità di un prestigiatore, e sua madre le urlava - Notturnia sei una scialacquona prodiga come tuo padre!
Si erano quasi abituati ai suoi vandalismi quando la piccina imparò a camminare e a parlare quasi nello stesso giorno..un incubo senza fine!!!!!
Così tra piatti, piante, muri, coperte, mobili e pizzi la ridente fattoria Esposito ebbe ben poco da ridere.
Furono anni grami, costellati da liti e nervosismi,..ma in qualche modo seppero venirne a capo(forse, per intercessione della Madonna della Santa Pazienza, venerata nel vicino paese).
Notturnia Delicia, era l’incubo del vicinato e ormai quasi nessun paesano, nel raggio di cento chilometri, si faceva più infinocchiare dai suoi bellissimi occhi e dall’aria di dolce cherubino.
Romano Emiliano Mariano aveva già tentato due volte di perderla, casualmente, nel bosco; ma non aveva fatto i conti con il finissimo senso dell’orientamento di Notturnia.
Peggio di un piccione viaggiatore.
Per non essere da meno, Concetta Maria Assunta aveva provato, sempre casualmente, ad intossicarla con minestre e stufati vari, ma non aveva tenuto in debita considerazione lo stomaco di Delicia abituata fin dal grembo materno a cibi delicati e sopraffini (rape e pasticceria varia).
Come se non bastasse, Delicia si era allenata masticando merletti e mobili: cosa poteva sfiorarla?!
Cosa? Si domandavano i suoi genitori disperati.
A cinque anni era bella, intelligente, forte, immune a tutto, con una parlantina degna d’un piazzista e totalmente devastante.
Proprio in quel tragico frangente, la vedova de Profundis (e seguenti) venne a far valere i suoi diritti; in fondo, una buona percentuale della creatura le apparteneva (le famose rape).
La vedova, donna di bell’aspetto, aveva alle spalle una lunga scia di disgrazie: all’età di venticinque anni aveva già seppellito ben dieci mariti spirati in circostanze lievemente misteriose.
Vuoi che fosse la sua cucina, vuoi che li stancasse con la sua enorme carica sessuale, i poveretti (poveri multimilionari ) duravano al massimo un anno, poi, un fato crudele li separava dall’adorata Walfrida vedova inconsolabile.
Ma come accusare la poveretta?
Un’intossicazione (assai selettiva) alimentare, uno scivolone sulle scale bagnate, una malattia tropicale (in Europa), un infarto, una caduta da cavallo, il morso di un serpente africano, un rito Vodoo…
Tutte sfortunate casualità, che avevano lasciato il cuore, della donna, spezzato e il suo conto in banca alle stelle.
Comunque sia, la poveretta soffriva molto di solitudine e, a parte quotidiane visite al cimitero, e le assidue cure dell’orto/giardino, era evitata da tutti i paesani i quali, chissà perchè, erano molto restii ad invitarla a prendere anche una tazza di thè !
Ah…i pregiudizi della gente!!
Dopo questo breve preambolo ritroviamo la vedova festosamente (e non fastosamente) accolta in casa Esposito.
D’animo sensibile qual era, Walfrida. si rese conto che i poveretti dovevano aver subito un rovescio finanziario o una qualche calamità….
La casa era quasi un rudere e i coniugi pallidi e cenciosi, smagriti, non parevano più quelli d’un tempo.
-Visto che la bambina è stata nutrita a rape del mio orto - esordì, con molto tatto, Walfrida cercando un posto decente dove sedersi - ...mi occuperò di lei: la crescerò nella mia casa facendola diventare una gentil donna mia pari!
Delicia era in cortile a lapidare i polli.
Gli Esposito si guardarono con complicità: Concetta (più Assunta che mai) levò una flebile protesta, Romano azzardò vaghe scuse, diritti, dolori, crisi…
Vedendoli così fermamente decisi a non separarsi dalla loro creatura, commossa, da quel profondo affetto che univa la deliziosa famigliola, Walfrida si offrì di restituire tutti gli animali da cortile e aggiunse un sacchetto di monete sonanti.
Con scatto felino, Romano Emiliano Mariano, corse in cortile e acchiappata la bimba la consegnò alla madrina.
- Da oggi ti chiamerai Raperonzolo, a perenne memoria del contributo vitale che ho portato alla tua nascita !!- Esordì soddisfatta la vedova con i lucciconi agli occhi.
Raperonzolo Notturnia Delicia, spalancò gli occhioni verdi e alzato il visino verso la sua madrina le chiese - ...cosa c’è per cena nonna?-
La vedova ebbe un lieve sussulto - ... zia, cara, per te sono zia Walfrida! Non vedi quanto sono giovane e bella?-
- Si, ma cosa c’è per cena?- Insistette la piccola tendendo le braccine paffute verso la vedova.
Commossa, la suddetta la prese in braccio e cominciò a narrarle di favolose pietanze.
La bimba si strinse al collo della madrina, cominciando a mangiucchiare un nastro viola del suo cappello.
Gli Esposito guardavano la loro piccola con gli occhi colmi di lacrime...di gioia.
La vedova era soddisfattissima (nonché ignara del pericolo incombente); avrebbe fatto della deliziosa Raperonzolo una sua copia perfetta: la figlia che l’amaro destino (l’arsenico probabilmente) le aveva negato.
Così, salutati i coniugi, portò la bimba nella sua splendida villa piena di arazzi, mobili intarsiati, cristallerie e opere d’arte.
- Un giorno, tutto questo sarà tuo !- Esclamò spalancando le porte dei saloni, e mostrando alla sua protetta i tesori accumulati in anni di matrimoni.
- Quando morrai?!..- Chiese l’innocente giocando con due statuine di porcellana del valore approssimativo di sei milioni l’una.
- No!- Scattò rapida Walfrida, sfilando le statuine dalle manine paffute quando sarai diventata una vera signora, come me!-
Sperava così di scongiurare nascenti tendenze omicide nella dolce Raperonzolo.
La bimba la squadrò dubbiosa sarai anche una signora, ma ami ostentare! Confido di crescere con più sobrietà!- Decretò, prendendo possesso di una poltrona di velluto rosso bordata con nappe dorate.
La vedova sbiancò, s’imporporò, collassò e poi vomitò sul tappeto persiano.
Il resto è avvolto nella leggenda....
Quella sera stessa, i coniugi Esposito brindarono alla felicità ritrovata e subito cominciarono a restaurare la proprietà.
- La punizione Divina si è allontanata da noi: non ruberò mai più manco un filo d’erba!- Giurò Emiliano Romano Mariano.
E sua moglie l’amò !
Una nuova alba si levò sulle due proprietà confinanti, l’alba di una nuova era!
A svegliare i coniugi Esposito non fu il canto del gallo, ma urla raccapriccianti e rumori di cocci.
Gli Esposito, che la sapevano lunga, fecero orecchie da mercante rivoltandosi nel letto.
La vedova poteva dirsi soddisfatta: le sue rape le erano state restituite con gli interessi.
A mezzogiorno un urlo lacerante riecheggiò nella calura meridiana.
Gli uccelli ammutolirono, il sole si fermò (una casualità) e gli Esposito si guardarono con un sospiro.
Di lì a poco una lucida carrozza color ebano, decorata con pennacchi neri e viola, con superbi cavalli neri, finemente bardati in oro, partì dalla villa di gran carriera.
La lussuosa vettura entrò nel bosco, fino a fermarsi in una radura dove sorgeva una vecchia torre restaurata e rimaneggiata.La costruzione era stata alzata di qualche metro, le mura restaurate, l’interno ampliato e tappezzato di broccato con tendaggi di velluto. Tappeti orientali erano stati stesi sul pavimento di gelida pietra: arazzi, mobili intarsiati e divani di seta e broccato completavano l’arredamento.
La vedova e la sua figlioccia scesero dalla vettura, aiutate dal maggiordomo/cocchiere.La bimba guardò il tetro edificio con aria poco convinta - ...e questa costruzione, piuttosto squallida, cosa mi dovrebbe rappresentare?- Si voltò fronteggiando la madrina: le braccine paffute poggiate con aria severa sui fianchi.
La de Profundis cominciò a sudare freddo - questa sarà la tua casa...- esordì facendosi aria con un raffinato ventaglio viola, di piume di struzzo, - dai l’addio alla tua squallida vita da contadina e preparati, come la fenice, a rinascere dalle tue ceneri più...- Nel frattempo Raperonzolo, molto seccata, era entrata nella sua magione, sfasciato un tavolo di cristallo e un vaso finto Ming.
Sconvolta, quasi collassata,la vedova fiondò il ventaglio , e acchiappato il cesto di viveri, che aveva con sé, lo buttò nella torre. Rapida chiuse il portone a chiave e lo bloccò con tre catene e due lucchetti.
Improvvisamente, si era scoperta seguace di nuove teorie pedagogiche sull’educazione a distanza; mantenere un rapporto formale con il docente avrebbe aiutato Raperonzolo a farsi strada nella vita.
Recuperato il ventaglio, si rassettò abito e acconciatura e voltate le spalle alla torre montò in carrozza. - Ambrogio,- si rivolse al cocchiere/maggiordomo, uomo fidato, elegante e impeccabile- ho voglia di qualcosa di speciale!-Sospirò stancamente.- La mia non è una voglia specifica, bensì l’ombra d’una idea che mi attraversa la mente !!- Ambrogio, non si scompose, schioccò la frusta e i cavalli si mossero all’unisono. - La porto da Bulgari, Signora!!-
Un urletto di gioia fece vibrare i finestrini della carrozza - sei impagabile caro, ricordami di aumentarti lo stipendio! - Cinguettò Walfrida rilassandosi fra i cuscini di velluto viola decorati di nappe d’oro.
La nuova sistemazione di Raperonzolo si rivelò ottimale: la vedova potè dormire sonni tranquilli, disimballare tutti gli oggetti fragili e ricomprare le passamanerie smangiucchiate dalla tenera bimba.
Il giorno seguente, di buon mattino (circa le 11,45 a.m. ) Walfrida elegantissima,si fece portare alla torre.
Ambrogio, istruito dalla padrona, poggiata una scala a pioli all'unica finestra della torre aiutò la vedova ad inerpicarsi su per i gradini rivestiti di velluto marrone.La donna, era impaziente di salutare la sua protetta,e quasi non si curava di rovinare lo strascico, che Ambrogio, dalla scala accanto, le teneva sollevato.
Dopo due ora di scarpinata, finalmente la de Profundis riuscì a poggiare le braccia sull'ampio davanzale della torre. Quale non fu la sua sorpresa allorchè trovò l’arredamento della torre leggermente diverso da come lo ricordava.
La bimba aveva accostato in un angolo ninnoli e porcellane varie, eliminato i mobili superflui mettendoli gli uni sugli altri, e sistemato un massiccio divano di velluto viola, bordato con nappe cremisi, davanti alla finestra.
La vedova trattenne un singulto,evitò un mancamento e avvinghiatasi alla scala sospirò...Sapeva ormai (l’esperienza del giorno precedente) che la piccola possedeva notevoli qualità...
Non si domandò nemmeno come avesse fatto una bimba di cinque anni a spostare tutta la mobilia. Raperonzolo grazie alle rape era una creatura nobile, speciale, particolare, nonché demoniaca.
- Zia- il roseo visino della bimba aveva un deliziosa espressione imbronciata - ti aspettavo con impazienza. Non è questa l’ora di presentarsi; è quasi mezzogiorno e fra poco dovremo pranzare!- Scosse indietro i meravigliosi capelli biondi che le cadevano sulla fronte.- Vorrei che tu fossi puntuale la mattina, e ti rammentassi che ti sei assunta un impegno nei miei riguardi! Spetta a te crescermi come una donna che sappia assumersi le proprie responsabilità e far fronte ai propri obblighi morali! -
Walfrida cadde giù dalla scala.... rimase un attimo sotto choc, poi colta da ispirazione, prese alcune assi (alcuni avanzi del restauro) e con esse inchiodò la porta della torre,-...è per il suo bene…- biascicava frenetica mentre Ambrogio le porgeva i chiodi- ...la amo molto, è la mia pupilla... -
- La signora gradisce del cemento a presa rapida?- Il fedele cocchiere/maggiordomo frattanto rimestava in un secchio acqua, sabbia e altra polvere. Senza aggiungere sillaba, Walfrida gli strappò di mano il secchio e con mosse esperte stese uno spesso strato di cemento sulla porta della torre. Avrebbe dato anche una mano di vernice, ma non l'aveva sotto mano.
Una volta terminata l’operazione si voltò verso Ambrogio, - ...la gente, capisci...loro..ce ne saranno grati...se solo sapessero...- biascicò con gli occhi vitrei: dalla bocca le colava un filo di bava giallastra.
- Senz’altro signora!- Assentì il fedele maggiordomo, conscio dell'importanza di potersi guadagnare una gratifica pecuniaria.
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Una settimana dopo (il minimo indispensabile per riprendersi dallo choc), Walfrida, indossato un severo tallieur cremisi bordato di verde, raccolti i capelli in uno stretto chignon, raccolto alcuni libri di testo, si preparava a cogliere di sorpresa l’amata figlioccia.
Raggiunta la torre in un’ora antelucana (le 10.30), Ambrogio appoggiò la scala al muro e, con l’eleganza che la contraddistingueva, la de Profundis s’inerpicò su per i pioli.
Arrivata in cima, alzò le mani per sorreggersi al davanzale, allorchè i suoi occhi incontrarono quelli verde rapa della bambina. -Ti stavo aspettando!- La salutò piuttosto scocciata, tendendole la mano per aiutarla a salire; la bimba era appollaiata sul divano ingombro di libri e cibarie.
Walfrida ingoiò il rospo (passava lì per caso) ed entrò nella torre.- Sono contenta che tu sia venuta - Raperonzolo sorrise melliflua - ci sono un paio di cose che non sono riuscita a capire. - Le manine paffute tesero verso di lei il celebre libro del Manzoni.- In effetti la storia è un po’ banale, scontata…-
La vedova sbiancò accasciandosi sul davanzale.
- Stai tranquilla la rassicurò dolcemente la bimba - ho segnato a matita i pezzi che mi sono incomprensibili. Prendi una rapa, forse hai un calo di zuccheri!L’angioletto biondo le tese una zuppiera colma di quegli squisiti ortaggi.
- Co…co…come h..ha..hai.. im..impa..ra..to a le..le..legge..re?..- Balbettò la vedova tendente al cianotico, le mani artigliate al divano.
Con le tenere manine la piccina tirò fuori un libro: “Abbecceddario super illustrato”- è stato un gioco da bambini”- sorrise (o forse ghignò) tranquilla.
La vedova cadde in deliquio.
Così lo zelo pedagogico della vedova si scontrò, subito, con l’irritante carattere di Raperonzolo, che oltre alla bellezza e intelligenza, di innato aveva pure la strafottenza.
Ma la tenacia di Walfrida non conosceva ostacoli : ogni giorno si arrampicava fino alla cima della torre dove lei e Raperonzolo studiavano e condividevano il pranzo.
A dire il vero era Walfrida a studiare mentre Raperonzolo le insegnava le basi della cultura contemporanea.
Le continue sofferenze, i lutti, non avevano permesso alla vedova di approfondire la sua cultura...
Per ringraziarla delle premure con cui sempre la circondava,Raperonzolo aveva deciso di istruirla a dovere...e quando Raperonzolo decideva....
Così ogni giorno Walfrida saliva sulla torre carica di libri e ne scendeva carica di compiti per casa.
Raperonzolo era molto severa e pretendeva che ogni cosa fosse svolta con la massima cura e ordine.
Dopo le prime ribellioni( e gli immancabili collassi), la vedova decise di approfittare di questa opportunità concessale dal destino; non era forse questo un segno che aveva agito bene portando via Raperonzolo da quell’infimo e misero ambiente in cui era cresciuta?
Così si mise sotto a studiare.
E mentre la fanciulla cresceva in bellezza e sapienza, Walfrida acquisiva un minimo di cultura/istruzione.
A lungo andare, però, un grave problema risaltò agli occhi della vedova: la scala a pioli (rivestita di velluto marrone) si stava lentamente deteriorando. Sconvolta Walfrida perse una notte di sonno pensando ad una conveniente soluzione; non le pareva il caso di scialacquare milioni per comprare una scala nuova!
Pensa che ti ripensa finalmente la soluzione le apparve lampante di fronte agli occhi; era talmente semplice che non riuscì a capire come mai non le fosse venuto in mente prima.
Il giorno dopo, tutta soddisfatta, portò in dono a Raperonzolo un bel set con spazzola pettine e nastri argentati annessi- desidero mia cara - esordì austera che tu rimanga in questa torre, per salvaguardare il tuo virgineo candore, finchè le tue trecce non saranno tanto lunghe da poter essere usate come corde…
La vedova parlava e Raperonzolo, seduta compostamente, in una stinta poltrona sbocconcellava rape e leggeva il “De bello Gallico”.
Ma d’altronde era una fanciulla d’alto ingegno e anche se mancava completamente di finezza ed eleganza, come sosteneva la vedova, compensava in cultura.
L’intera torre era piena di libri stipati e impilati in ogni angolo disponibile, pergamene con saggi, poesie e racconti pendevano e si ammucchiavano ovunque in ordinato caos.
Terminato il panegirico, consegnato il dono, Walfrida baciò in fronte la figlioccia, lasciandole una gabbia di piccioni viaggiatori. Attese un poco, poi si defilò cautamente; era giunto finalmente il momento di prendersi una bella vacanza.
Buttati alle ortiche libri di testo e quaderni di esercizi, Walfrida, partì, accompagnata dal fedele Ambrogio, seduta stante per i Caraibi; vi rimase per un paio di mesi, poi annoiata dalla routine rientrò nella sua villa.
Si riposò una settimana per riprendersi dal viaggio, poi in una bella giornata di sole, decise di far visita all’adorata figlioccia.
Ambrogio le issò la scala e lei, resa snella ed agile dalle nuotate fatte nel mar dei Caraibi, vi si arrampicò flessuosa fino a salire sul davanzale.
- Nonna, nonna…- gridò felice Raperonzolo sbattendo in faccia alla madrina una pergamena irta della sua svolazzante calligrafia.
- Non chiamarmi così; ho meno di trent’anni, potrei essere tua madre!- Esclamò la donna esasperata, nonché stizzita.
- Mamma: ah lo sapevo!- Gridò a sua volta la fanciulla con una strana luce negli occhi verde cima di rapa ho sempre sospettato che fossi tu la mia vera madre e non quella rozza, decrepita, sfatta contadina!
Il nascente sorriso si gelò sul volto di Walfrida: impallidì puntando un dito contro la figlioccia - …cosa…cosa hai fatto ai tuoi bellissimi capelli…- balbettò tremante.
La domanda era invero piuttosto priva di senso visto che Raperonzolo ostentava molto orgogliosamente un delizioso taglio a caschetto che le donava molto.
- Avevo caldo!- Chiarì rapidamente e acchiappata una delle pergamene che le giacevano ai piedi iniziò a declamare enfatica una delle sue meravigliose poesie:
LUNA
CIELO SCURO
SCURO
NOTTE
LUCE
CHIARA
LUCE
MONETA
DISCO
ARGENTEO DISCO
LUNA
Infervorata si alzò dalla poltrona sventolando la pergamena non è stupenda, non tocca forse i più oscuri e profondi recessi della tua anima vedovile?- Esordì avvinghiandosi al collo della De Profundis, il cui volto passava alternativamente dal cinereo al paonazzo.
Il mese seguente, la povera Raperonzolo non ricevette più nessuna visita; non che la cosa la toccasse più di tanto, aveva il suo bel daffare nello scrivere saggi, messaggi, racconti, poesie, farsi inviare libri, penne pergamene, per via aerea (posta piccione prioritaria).
Quando la vedova fece il suo ritorno dalla breve vacanze alle Maldive Raperonzolo sfoggiava(precorrendo i tempi) un delizioso taglio di capelli anni venti con tanto di nastro in fronte e piuma.
Nel frattempo aveva anche composto un breve libro, duemila pagine, intitolandolo “Le mie prigioni” con dedica all’amata madre/matrigna Walfrida De Profundis.
Stavolta la vedova s’infuriò, urlò e strepitò minacciando di bruciare libri e rape.
Spaventata Raperonzolo mise giudizio: smise di scrivere in prosa e cominciò a farsi le trecce.
Dopo mesi di lunga e spasmodica attesa, (sette rinfoltenti e chili di rape) Raperonzolo sfoggiava due trecce che parevano gomene da transatlantico.
Così un mattino di maggio la vedova potè infine, sperare di vedere esaudito il suo sogno .
- Raperonzolo!- Urlò ai piedi della torre Buttami le trecce. La scala s’era definitivamente sfasciata e le trecce le avrebbero consentito di arrampicarsi, comodamente, fino alla sua protetta.
Chiama che ti richiama, finalmente alle tre di pomeriggio, Raperonzolo, svegliata dal gran vociare sotto le sue finestre, (la vedova era roca e al suo posto gridavano tre mandriani e due pastori assunti per l’occasione) si affacciò calando le famose bionde trecce.
Chiaramente Walfrida se le beccò in piena faccia. |
La vedova prontamente fatta rinvenire a suon di ceffoni, dal personale neo assunto, se ne andò lanciando maledizioni e improperi, facendo gran urla.
Raperonzolo, affranta, sbadigliò tornandosene a dormire.
La mattina seguente, prudentemente, la fanciulla dormiva in una poltrona piazzata davanti alla finestra, cosicchè al primo richiamo della vedova calò dolcemente le belle trecce.
Stavolta aveva fatto le cose con molta cura, per rendere felice quella madre che così teneramente l’accudiva e l’appagava in ogni suo desiderio.
Per tutta la notte aveva intrecciato nastri colorati e fili di perle sui suoi meravigliosi e serici capelli: le trecce facevano un gran figurone.
Chi fece una gran figuraccia fu la vedova le cui mani slittavano sul raso e sulle perle.
Arrancava faticosamente di centimetro in centimetro, ma non appena guadagnava un metro scivolava immancabilmente giù.
Dalla finestra la dolce Raperonzolo, per incoraggiarla le declamava i suoi versi:
SOLE
CIELO CHIARO
TURCHESE
GIORNO
LUCE SPLENDENTE
LUCENTE
LUCENTE DISCO
GEMMA SPLENDENTE
SOLE
Al tramonto Walfrida cedette le armi e dopo le consuete minacce e urla se ne tornò a casa sua a sfogarsi su un gabaret di tartine al caviale e salmone, innaffiate di champagne.
Ambrogio serbava nel suo cuore tutte queste vicende.
La mattina seguente la vedova, appena giunta sotto la torre, ebbe il piacere di vedere le trecce già calate ornate qua e là di delicati fiorellini(servizio Interflora).
Trovò la cosa molto graziosa; le venne quasi il buon umore e così prese ad arrampicarsi.
Era a cinquanta centimetri da terra quando il suo naso incontrò una primula incastonata nei biondi recessi della treccia: starnutì.
La vedova si asciugò il naso e continuò a salire; a quel punto incontrò una violetta: starnutì.
Si soffiò il naso e continuò imperterrita.
Fu quel giorno che, da perfetta gentildonna, Walfrida scoprì di essere allergica a tremilaseicento varietà di fiori campestri.
Un collasso la colse a venti metri da terra facendola precipitare su un mucchio di fieno provvidenzialmente posto dal fedele maggiordomo cocchiere, Ambrogio.
Quando si riprese se ne andò minacciando rappresaglie e oscure vendette.
Ambrogio serbava tutto questo nella sua mente.
Casualmente passava di lì, proprio quel giorno, il principe Azzurro Belgioso di Belpoggio il quale era, sin dalle prime luci dell’alba (precedente) a caccia con il suo seguito.
Il seguito se l’era perso, ma in compenso era capitato nella radura dove sorgeva la solitaria torre.
Incantato era rimasto a contemplare la dolce figura della fanciulla, inorridito aveva assistito alla scena delle trecce.
Conscio del suo ruolo si mise a pensare a come risolvere la tragica situazione.
Frattanto la vedova, stroncata dall’allergia rimase a letto una settimana, ignara di quanto stava per accadere.
La sera stessa Raperonzolo in preda alla depressione era in finestra a cantare il suo profondo dolore( le faceva male la testa per via degli strattoni della vedova alle trecce).
Nascosto fra i cespugli e i rovi Azzurro, dopo le ore passate in contemplazione estatica, fra un sospiro e l’altro, era finalmente riuscito ad elaborare un astuto piano.
Edotto dall’esperienza si mise sotto la finestra e urlò la parola d’ordine
- Raperonzolo, buttami le trecce! -
- Ancora, ma è una mania sbottò seccata la fanciulla. Obbedì temendo le probabili ripercussioni. Aveva tolto fiori e orpelli dalle trecce.

Uno strattone improvviso le fece sbattere la faccia contro lo spigolo - …mamma…- urlò addolorata massaggiandosi il bel viso - …ti sei ingrassata? Per tutta risposta un altro strattone la fece finire con la faccia sul davanzale.
A fatica la fanciulla afferrò le trecce cercando di tirarle a sé, puntellandosi ai mobili.
- Stai portando su una nuova scrivania per me?- Ansimò la poveretta ormai ginocchioni e paonazza.
Improvvisamente il vano della finestra fu oscurato da una maschia, possente figura.
Per la prima volta in vita sua, Raperonzolo rimase senza parole: davanti a lei si trovava un bel giovane vestito in tutte le tonalità d’azzurro; i suoi occhi scuri la scrutavano avidi.
-…mia principessa…- s’inchinò il giovane - …sono il principe Azzurro e sono qui per salvarvi!- Esclamò virilmente.
- Allora avete sbagliato indirizzo - Raperonzolo si rialzò sbracata in poltrona - non sono una principessa, ma soprattutto non sono in pericolo!-
Azzurro trasecolò - ..ma ..e quella megera che vi tiene prigioniera quassù, che vi obbliga a gettarle le trecce…
- Ah…quella…- sospirò Raperonzolo drammatica quella potrebbe essere la mia vera madre e questo spiegherebbe la mia intelligenza superiore; invero non potevo essere figlia di quei rozzi contadini che si spacciavano per miei congiunti…
Il principe la guardava con meravigliosi occhi blu sgranati dalla sorpresa; aveva perso un attimo il filo del discorso.
Con un sorriso complice(?) Raperonzolo gli offerse il cesto delle rape -…gradite…?- Chiese con voce soave.
Azzurro era letteralmente incantato dalla spontanea grazia, dalla nobiltà della fanciulla, dalle sue trecce…- …cosa posso fare per aiutarvi? Il vostro racconto, mi ha straziato l’anima, il vostro volto lacerato il cuore, non riesco a distogliere lo sguardo dalla vostra beltà…- il principe era pallido e i suoi occhi luccicavano d’ardore.
Lei tacque.
Lui attese in spasmodico silenzio, contemplando l’armoniosa figura della giovane dalle movenze così eleganti.
Aspettò scrutandola attentamente.
La osservò catturandone ogni minimo particolare.
Dopo circa trenta minuti un sottile dubbio s’insinuò nella sua mente …mia cara?- Esclamò facendo trasalire la giovane.
Raperonzolo si volse verso di lui distogliendo lo sguardo dalla “Divina Commedia che aveva da poco cominciato a leggere - …scusate…stavate dicendo qualcosa?
Ad Azzurro scesero le lacrime; com’era innocente e pura quella fanciulla!
Da quel giorno la vita di Raperonzolo si riempì così di nuove emozioni, di lividi, mal di testa e dolci parole.
Ogni mattina all’alba, Azzurro Belgioso di Belpoggio, le faceva visita portandole in dono ogni sorta di cose belle e preziose: sete, abiti, ma in special modo libri e antichi manoscritti.
La dolce fanciulla ne era felice e dopo le prime nasate, le infrazioni dell’osso mandibolare, le slogature e i mal di testa, aveva ormai imparato a puntellarsi ben bene e si irrobustiva ogni giorno di più, sviluppando una muscolatura degna di uno scaricatore.
Le mattinate le trascorreva così in tenere letture insieme ad Azzurro: commentavano saggi, traducevano versi, componevano rime e prose.
Purtroppo verso le undici, il giovane, doveva andarsene poiché dopo poco sarebbe arrivata la vedova de Profundis con il paniere del pranzo e i compiti da correggere.
Era, quella, una cara abitudine a cui Raperonzolo non sapeva fare a meno; pasteggiare con l’amata madre, correggerle i compiti, sgridarla per la sua disattenzione, per le sue sgrammaticature, gli errori grossolani; discutere della sua avarizia, leggerle poesie...
Certo, spesso i pasti finivano con qualche collasso da parte di Walfrida, ma Raperonzolo lo attribuiva alla natura delicata della vedova costretta a subire gli avversi strali del destino, alla commozione nel riesumare sentimenti sepolti nel cuore da tempo immemorabile.
Passarono i giorni, trascorsero le settimane; la torre ormai straripava letteralmente dei regali del giovane principe.
Azzurro non si stancava mai di corteggiare la dolce Raperonzolo, che lo ascoltava rapita, con blocco e penna in mano stenografando ogni sussurro uscito dalle sensuali labbra del principe.
S’amavano teneramente dell’amore più puro che sia mai nato da anime tanto dissimili.
Raperonzolo amava la spumeggiante prosa del principe, la sua lussureggiante poesia, il suo senso estetico dovuto ad una profonda ignoranza psico-sociologica, i suoi muscoli.
Azzurro adorava la gelida alterigia di Raperonzolo, il suo scarso interesse per ogni bene materiale.
Era sempre con gioia immensa che notava lo spesso strato di polvere che copriva ogni ninnolo, gioiello, portato all’amata; ella era di intelletto talmente superiore da giudicare ogni cosa come superflua vanità.
Raperonzolo così simile ad una gelida walchiria dalle bionde trecce, ad un’amazzone prigioniera della torre.
Non vedeva l’ora di presentarla ai suoi genitori!
Ma un giorno, era una mattinata afosa e alla temperatura piuttosto alta si univa una notevole percentuale d’umidità, la vedova, che stava sorbendo un bicchiere di thè freddo, notò improvvisamente qualcosa.
Sulla poltrona, negligentemente appoggiato vi era il blocco degli appunti di Raperonzolo.
La fanciulla ve l’aveva appoggiato mentre finiva di mangiare il suo sesto piatto di rape alla cima di rapa fritte dorate con aglio prezzemolo e porri.
Walfrida lesse le pagine vergate dalla familiare grafia della figlioccia e subito trasfigurò, trasmutò: in una parola s’infuriò - …tu…- urlò ergendosi in tutta la sua statura (m.150) sventolando furiosa il manoscritto - ...da quanto tempo ricevi quest’uomo a mia insaputa!-
Raperonzolo alzò per un attimo gli occhi dal piatto -…mah…saranno sei mesi…
Walfrida s’imporporò, fiondò il blocco e come una furia si avventò su Raperonzolo.
Quella era l’intenzione, poiché la fanciulla si scansò consentendo a Walfrida di planare su di un delizioso soufflè di rape rosse con timo maggiorana e carote.
- …non mi sembra il caso di innervosirsi per una simile questione…- si servì una porzione di pasta alle rape con olivette capperi e acciughe Azzurro e io ci intendiamo a perfezione, non appena avrò completato il mio primo romanzo mi presenterà ai suoi genitori e ci sposeremo. A quel punto sarò principessa e potrò anche pubblicare i miei manoscritti…
- Tu…malvagia ingrata …svergognata…- gridò la vedova spargendo irose lacrime - …la mia piccola bambina…come puoi anche solo pensare di vivere senza di me…- la guardò con aria feroce, gli occhi grossi e rossi come cocomeri se solo ci provi brucio tutti i libri, ti tolgo le rape…
Raperonzolo impallidì sostenendosi ad un arazzo; la polvere e l’angoscia rischiarono di farla morire soffocata.
- Devi restare qui con me per sempre….- continuò Walfrida sempre più minacciosa.
- Con questa scenata mi hai fatto passare la fame!- Tremante Raperonzolo si sbracò in poltrona mordicchiando nervosamente delle rape bianche.
- Non osare rispondermi, malvagia creatura…- Walfrida era terrea, cinerea e quant’altro - …per la tua disobbedienza ti punirò. Ci sarò io ad accogliere il tuo volgare bellimbusto, lo sgozzerò, ne berrò il sangue , …
- Se hai fame c’è la pasta!- Seccata Raperonzolo prese le “Metamorfosi “ di Ovidio riprendendo a leggere dal punto in cui s’era interrotta; una nuova calma stava scendendo dentro il suo cuore - …ti invito a non seccarmi più con queste assurde scenate da plebea. Sono maggiorenne e decido io chi frequentare!-
Walfrida terrea, cinerea, virò al paonazzo e schiantò a terra preda ad un ennesimo collasso.
Si riprese solo la mattina seguente e la prima cosa che vide fu il nuovo taglio di capelli di Raperonzolo; una bella acconciatura scalata, che rendeva pienamente giustizia al bel volto della fanciulla.
- …le trecce? Balbettò la vedova ormai ridotta ad un’ombra di se stessa - …mi facevano caldo, e poi non volevi una scala? Le mostrò i capelli saldamente ancorati al davanzale.
Non aveva finito di parlare che dalla finestra spuntò il bel volto maschio di Azzurro; esibì uno smagliante sorriso e si precipitò ad aiutare la vedova.- Giusto voi cercavo - Walfrida cercò inutilmente di sottrarsi alla stretta del giovane vi ho portato una formale richiesta di matrimonio. Non avete che da apporre la vostra firma. Potete star tranquilla, con me Raperonzolo sarà felice. Voi potrete venire a trovarci quando vorrete o se preferite trasferivi direttamente al castello.
Avrete l’ala nord tutta per voi…
Il principe continuò a parlare per altri trenta minuti e Walfrida vuoi la stanchezza, vuoi l’avidità si ritrovò a firmare il contratto di nozze.
Nel frattempo Raperonzolo finì di correggere le bozze del suo ultimo romanzo.
EPILOGO
Raperonzolo e Azzurro vissero felici e contenti conducendo ognuno la propria vita e coltivando i propri interessi.
La vedova si risposò con un nobile conosciuto al matrimonio della figlioccia.
Era costui un ricchissimo barone sei volte vedovo: fu un amore fondato sull’ansia, l’angoscia e la paura.
domenica 13 luglio 2003
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