LA BELLA E LA BESTIA
ovvero come un cuore puro e innamorato scambi lucciole per lanterne!

C'era una volta un mercante che aveva tre figlie.
Nonostante fosse vedovo e fosse spesso in viaggio, era un uomo felice.
D’altronde, lasciando la sua prole a casa poteva permettersi di fare la gran vita fra alberghi e donnine compiacenti.
Una volta ogni nove mesi tornava a casa dalle sue figlie che non mancavano di corrergli incontro dimostrandogli sempre molta gioia e affetto.
Per il povero (si fa per dire) Agerato era un piacere essere circondato dall’affetto, interessato, delle sue figliole.
Allora, dopo averle fatte a lungo attendere offriva loro i regali portati da paesi lontani; spezie, profumi, stoffe e gioielli.
Le tre fanciulle, con prepotente grazia, si litigavano ogni mercanzia con l’avarizia propria di un mercante; il padre era lieto di veder attecchire ogni suo insegnamento in mezzo a tanta legiadrìa e bellezza femminea.
Ad onor del vero bisogna riconoscere che le tre fanciulle erano deliziose, specie Isabella la cui bellezza era impagabile (ovvero lei se la sarebbe fatta pagare, e molto cara anche).
A tanta grazia, e senso degli affari, si univa un carattere indomabile e un’intelligenza fina che facevano di Isabella una fanciulla molto speciale.
In molti, nel paese, si contendevano la sua mano; difatti lei la prometteva a tutti (la mano) e non la concedeva a nessuno.
Proprio per questo in paese nessuno contraeva più matrimonio da tre anni; tutti i giovani attendevano, l’uno all’insaputa dell’altro, che Isabella fissasse la data delle nozze.
La fanciulla, però, aveva il suo tornaconto nel civettare con tutti.
Per ogni sorriso e ogni baciamano concesso al macellaio ecco che piovevano bistecche e filetti.
Se poi mostrava la caviglia al calzolaio lui le regalava un paio di morbidi stivaletti di pelle.
Una spalla eburnea scoperta, per lo sguardo lascivo del sarto, corrispondeva ad una bella pezza di seta e così via per tutto il paese.
D’altronde Isabella era bellissima e talmente altezzosa che a malapena rispondeva ai saluti dei compaesani, e questo rendeva gli uomini ancor più schiavi del suo innegabile fascino.
Le uniche persone a non amare Isabella erano le sue sorelle, Fiorella e Lorella.
Costrette, da un crudele destino, a spendere denari per mangiare e vestirsi si vedevano sfilare ogni sorta di meraviglie sotto il naso senza poterne approfittare; Isabella sfoggiava i suoi regali senza nulla concedere alle sue sorelle.
Più volte avevano tentato di farsi cedere qualche leccornia o uno scampolo di stoffa; la loro sorella minore, con gelida fermezza, aveva respinto ogni loro richiesta.
Così ogni volta che il caro padre tornava da uno dei suoi viaggi erano costrette a chiedere denari per il loro sostentamento, mentre Isabella le osservava in sprezzante silenzio.
Tutto questo faceva molta impressione su Agerato, il padre, che si convinceva sempre più nel giudicare Isabella come molto più economa e avveduta delle sorelle maggiori.
Così, bellamente ignaro, dava denari a Lorella e Fiorella raccomandando parsimonia, e presa in disparte Isabella le elargiva il doppio lodandola per la sua avvedutezza.
In questo modo Isabella da anni risparmiava denari tanto da aver accumulato un bel gruzzolo; poteva quasi ritenersi un’ereditiera.
Una mattina che doveva partire, era la quarta volta che rimandava tutto reputandosi troppo commosso per salutare le sue amate figlie, Agerato abbracciò le tre figlie e domandò loro che dono avrebbero voluto ricevere al suo ritorno.
Le tre sorelle, che da mesi preparavano la risposta, sciorinarono le loro richieste e issato il genitore sulla mula lo scortarono al porto. Il mercante, commosso dalla sollecitudine delle figlie, continuò a disperarsi finché il bastimento, che lo doveva portare in Cina, non levò l’ancora.
Non appena la nave fu al largo e il mare si scurì, una gioia nuova riempì il petto dell’anziano mercante; era di nuovo libero, libero di fare tutto ciò che più desiderava.
Passarono così molti mesi e mentre la vita scorreva monotona nel piccolo paese costiero dove vivevano le fanciulle, il loro padre si dedicava assiduamente al commercio.
Agerato, alloggiato in un sontuoso palazzo, trascorreva le giornate vendendo oggetti rari e preziosi ai nobili e all’imperatore.
Le serate erano dedicate alle feste e a lunghe notti con schiave compiacenti.
Trascorsero così giorni e poi mesi finchè un giorno, partecipando alla festa della primavera, Agerato, ricordò di avere tre figlie che lo attendevano con trepidante affetto al paesello natio.
Sconvolto dall'ansia e dal dolore, il mercante, si presentò all’imperatore chiedendo congedo.
L'imperatore accolse di buon garbo la notizia, lo sentirono urlare fino ai padiglioni delle concubine, e concesse ad Agerato di poter partire.
Il buon padre, felice, preparati i bagagli riuscì a partire in quindici giorni, dieci dei quali trascorsi partecipando ad una festa indetta in suo onore.
S’imbarcò all’alba del quindicesimo giorno; gli occhi gonfi di sonno e lo stomaco in subbuglio per via dei liquori e del cibo ingurgitato senza parsimonia.
Col cuore gonfio di tristezza guardò le coste della Cina allontanarsi e con esse il suo appartamento con tutte le sete preziose e i mobili intarsiati; ma soprattutto lasciava le sue cinque concubine con cui aveva instaurato uno splendido ménage a sei.
Ma la cosa che più lo impensieriva era il non aver trovato il regalo che la dolce Isabella gli aveva domandato; tornava carico di stoffe preziose, gioielli, spezie, oggetti di ogni tipo e persino animali ma di rose blu neanche l’ombra.
Isabella aveva chiesto tanto poco e non era riuscita a contentarla.
Isabella; fanciulla così casta, modesta. Modello di virtù…
Il destino era così ingiusto!
Agerato si disperò per cinque minuti poi avendo fatto amicizia con una piacente passeggera si dedicò al compito di alleviarle la noia, e così la rosa blu finì relegata in un angolo della sua memoria.
A proposito del fantomatico fiore bisogna dire che l’anziano padre, con gli anni, aveva contratto una temibile malattia nota come “orecchio da mercante”.
A causa di questa terribile sindrome cominciava ad avere frequenti, e selettivi disturbi uditivi.
Quando otto mesi prima aveva chiesto ad Isabella cosa desiderasse essa gli aveva risposto: “una rosa di zaffiro blu”.
La malattia aveva crudelmente distorto una richiesta così semplice e dettagliata; così un gioiello meraviglioso veniva confuso con un banalissimo fiore.
E pensare che Isabella aveva aggiunto quell’aggettivo, blu, alla richiesta dello zaffiro proprio per non confondere il padre che lo scorso anno le aveva portata una rosa di rubino rosso; una splendida spilla che le stava d’incanto.
Così con questo peso sulla coscienza il povero mercante si fece sangue cattivo per tutta la traversata, tanto che bisbocciò una sera sì e l’altra no.
Una volta sbarcato si fece sellare la mula e si diresse verso casa.
In quel momento venne giù un acquazzone che lo sorprese in piena strada.
Subito il poveretto trovò riparo in mezzo ad alcuni alberi.
Stava aspettando che spiovesse quando, casualmente, intravide nei pressi una magnifica villa bianca e oro circondata da una cancellata in ferro battuto.
Quello che colpì il fradicio mercante furono le splendide rose che formavano una siepe multicolore lungo tutto il muro di cinta; c’erano rose gialle, bianche, rosa, rosse, arancione, viola e anche blu, di un blu perfetto.
Erano fiori splendidi, ancora in boccio o spampanati come carciofi: un’opulenza senza fine.
Il mercante non ci stette a pensare due volte, si fece avanti e cominciò a far man bassa di fiori, specie quelli blu.
Quando ebbe fatto un mazzo tanto, in ogni senso, si voltò per andarsene alla chetichella, ma una voce profonda come il rombo del tuono lo paralizzò dallo spavento.
- Vedo che ti sei ben servito!?- Una figura possente avvolta in un domino nero ricamato con fili dorati e pietre preziose, lo scrutava con un baluginìo di occhi scarlatti.
- Perdonatemi….sono per la mia povera figliola che è tanto triste e malata. Non ho soldi per comprarle fiori, tutti i nostri risparmi se ne vanno in medicine… - Insomma il mercante, ginocchioni e con l’occhio lacrimoso, se ne inventò tante che dopo mezz’ora di tragedie sempre più tragiche “l’omone ammantato” singhiozzava scosso da singulti.
- E sia… - tuonò il “possente” asciugandosi le lacrime con un fazzolettino di batista. - Tieni le rose e portami tua figlia. Se non sarà qui domani all’ora di pranzo ti verrò a cercare, e allora rimpiangerai d’essere nato!-
Agerato…….svenne.
Forse la commozione, forse la stanchezza, fatto sta che quando si risvegliò era l’alba di un nuovo giorno .
Si guardò intorno scoprendo di essere adagiato sul sedile, di velluto blu, di un elegante cocchio; emozionato guardò fuori dal finestrino: era davanti alla sua casa.
Col cuore in gola scese dalla carrozza; superbi cavalli bianchi impennacchiati completavano l’equipaggio.
Subito corse verso casa chiamando a gran voce le sue figliole.
Non appena udirono la voce del caro genitore, le fanciulle lasciarono ogni faccenda domestica per correre a vedere (i propri regali) il tanto atteso padre.
Rivedendo i cari volti, l’uomo, si commosse profondamente al punto da giurare a sé stesso che presto (fra dieci /quindici viaggi) avrebbe posto fine alla sua attività di mercante; ormai non riusciva più a sopportare il dolore di una così lunga separazione.
Mentre abbracciava e baciava Fiorella e Lorella ecco che gli apparve innanzi il volto amato di Isabella.
Guardandola sentì le viscere spappolarglisi dentro, un forte dolore gli strinse il petto: svenne.
Per nulla impressionate, era ormai cosa abituale, le figliole portarono il padre in casa; non senza aver prima ispezionato con cura meticolosa ogni più piccolo dettaglio del cocchio bianco bordato d’oro.
Unite in amorosa sollecitudine, le fanciulle, riuscirono a far rinvenire il padre.
L’anziano mercante scrutò ansioso il volto delle proprie figlie; poi singhiozzando, fra uno svenimento e un collasso, raccontò alla sua amata prole ciò che gli era capitato.
Le fanciulle rimasero molto colpite: Fiorella chiese particolari sulla lussuosa villa, Lorella s’informò sulla corporatura e la prestanza fisica del misterioso possidente, Isabella si fece due calcoli a mente e poi concluse che finalmente era giunta la sua occasione; mai più l’umiliazione di dover subire la corte di quei volgari artigiani, era giunto il momento della rivalsa.
Con aria decisa, e sguardo gelido, si alzò in piedi e disse al padre affranto, semisvenuto sul letto - andrò padre, la vostra vita è quel che c’è di più prezioso al mondo, per me!-
Le sorelle si guardarono scoppiando in lacrime: era frustrante che Isabella avesse sempre la battuta pronta e l’occasione giusta per mettersi in mostra.
- Vai figlia mia, il tuo coraggio ti fa onore!- Subito ristabilito (dal pensiero di non dover essere lui ad andare dal quel gigantesco maniaco rosadipendente) Agerato accompagnò Isabella alla porta, e l’aiutò ad issarsi sul cocchio.
Aveva appena chiuso lo sportello, bianco e oro, della carrozza quando i cavalli si misero al passo e poi al trotto allontanandosi velocemente nei boschi circostanti.
La famigliola rimase un istante nel cortile per seguire l’ultimo bagliore del cocchio lontano; pensieri discordi traversavano la mente di ognuno …su una cosa erano unanimi: con Isabella lontana, per un motivo o l’altro, si sentivano tutti molto più sollevati.
Frattanto la nostra eroina si era accomodata ben bene sui cuscini blu e, dopo essersi rassettata abito e capelli, si stava godendo il viaggio: sulle sue ginocchia era aperto un libricino rosso irto di fitta scrittura e numeri incolonnati in bell’ordine.
Isabella sospirò, poi palpando con attenzione il tessuto delle tende rimase un attimo pensosa; finalmente cominciò a scrivere sul libretto.
“ Tendine di velluto foderato, colore azzurro. Prezzo stimato cinquanta scudi la pezza…”. Restò un attimo incerta tastando meglio il tessuto; con la penna corresse il numero aumentando la cifra, poi continuò la sua meticolosa ispezione esaminando i cuscini, le finitura e la verniciatura del veicolo.
Stimò anche i finimenti e i cavalli; stava proprio valutando il pennacchio, che ornava le teste degli animali, allorchè la carrozza giunse di fronte al cancello della villa.
Isabella bloccò la penna, d’oca, a mezz’aria e dette un’occhiata alla villa; misurò con lo sguardo l’ampio giardino e poi rapidamente scrisse alcune cifre sommandole.
Controllò gli ultimi numeri poi chiuse il calamaio, il libro, la penna e li ripose in una sacchetta che portava legata in vita.
La carrozza si fermò di fronte al portone monumentale e subito lo sportello le venne aperto da mano ignota: Isabella esitò un istante, poi raccolta con cura la gonna di seta marezzata color lavanda, scese dal predellino poggiando a terra i suoi deliziosi piedini.
Immediatamente il portone si spalancò aprendole la visuale su un ingresso lussuoso, nonché maestoso.
Gli occhi della fanciulla si illuminarono d’immenso; varcò la soglia entrando nell’ingresso rivestito di marmo italiano, un lussuoso tappeto era buttato con noncuranza sul pavimento di marmo lucente. Al centro della stanza uno scalone monumentale si apriva in due ali: le balaustre luccicavano d’oro mentre una magnifica passatoia guarniva i gradini che si snodavano su per l’edificio promettendo la vista di favolosi tesori.
Con l’occhio da intenditrice, Isabella valutò, con un margine d’esattezza del novantanove virgola sette per cento, il costo di ogni oggetto e dei rivestimenti della stanza; quindi, con l’eleganza e la fierezza che la distinguevano cominciò ad inerpicarsi per le scale dal lato sinistro della balaustra.
Le stanze si susseguivano in una splendente teoria; arredate con un lusso e una eleganza senza pari, sembravano non aver mai fine.
Isabella aveva estratto, rapidamente, il libretto e buttato giù alcune cifre da capogiro; calcolò a mente stimando per difetto ogni pezzo del mobilio e degli arredi.
Percorse così tutte le stanze fino a trovarsi sul lato opposto della balaustra. Stava per scendere al piano inferiore, in esplorazione, allorchè le apparve innanzi una figura possente avvolta dalla testa ai piedi in un immenso manto di velluto cremisi.
- Sono stato premiato per la mia generosità!- Tuonò “l’essere” inchinandosi galantemente innanzi a Isabella che lo scrutava con occhio attento (per stimare il prezzo del manto rosso).- Voi siete molto più bella di tutte le rose del mio giardino. - Continuò sullo stesso tono.
- Sai che sforzo!- pensò Isabella accennando con la testa ad un gesto di compiacenza.
- Siate la benvenuta nel mio umile castello; sarò il vostro anfitrione, il vostro principe!- L’uomo in rosso si avvicinò porgendole una grossa mano ruvida e villosa - con me al vostro fianco niente vi potrà mai turbare; sarete la mia dolce compagna fino alla fine dei nostri giorni. -
Occhi di fuoco fissarono Isabella la quale dentro di sé rimuginava sul sistema migliore per tenersi villa e annessi e sbarazzarsi del pomposo energumeno.
La tattica migliore era senz’altro quella di farlo parlare per poter studiare suoi eventuali punti deboli.
Sorrise dolcemente, appena un misterioso incresparsi di labbra, al suo anfitrione incappucciato e gli concesse di prenderle la mano.
Lui non si fece pregare trascinandola al piano terra per mostrarle circa trenta stanze arredate con ogni stile e mobile possibile.
“L’essere” parlava, con voce profonda e riecheggiante spiegandole con molta competenza ogni singolo pezzo d’arredo e il suo valore storico/commerciale.
La dolce fanciulla ascoltava rapita catalogando ogni cosa nel suo capace cervellino.
Alla fine di quel lussuoso “tour de force” era giunta a due conclusioni essenziali: eliminazione fisica della bestia, appropriazione, debita, della villa/castello e di tutti i suoi tesori.
Stabiliti i parametri essenziali, Isabella, dette subito il via alla prima fase.
Il principe anfitrione, dal canto suo, era rimasto subito incantato dalla sublime bellezza di Isabella, dalla sua grazia altera.
In cuor suo aveva già compreso che la fanciulla era la donna giusta con cui trascorrere gli anni più belli della sua vita.....
Già notava, con maschio intuito, che la tenera donzella era attratta da lui e ogni tanto l’aveva sorpresa a scrutarlo con aria furtiva, di sottecchi. Di sicuro in quel tenero cuore stava per sbocciare l’amore; un amore dolce che avrebbe saputo vedere lo splendore della sua anima sotto le mostruose sembianze che una malvagia strega gli aveva imposto da quindici giorni a quella parte.
Sospirò conducendo la sua bella verso la sala da pranzo- non avrei mai dovuto prendere a sassate quella vecchia vestita di nero- pensò – e neanche spingerla dentro quella pozzanghera. Forse se non l’avessi chiamata “vecchio rospo putrefatto e rinsecchito”…- sospirò mestamente. Fatto sta che la vecchiaccia non aveva saputo stare allo scherzo e aveva preteso nientemeno che delle scuse. Scusarsi ..? Lui il principe Belrico di Granficone Terme?!
A quella indegna proposta, era scoppiato a ridere dando alla megera uno spintone col posteriore del suo cavallo.
A quel punto, chissà perché, la vecchiarda si era seccata e dopo venti minuti di insulti, quindici di scongiuri, in un “amen” gli aveva deformato faccia e braccia in maniera orribile. A niente era servito prendere a calci quell’infida megera, minacciarla…macchè!
Senza scomporsi, li aveva confusi con i suoi malefici e dopo aver pronunciato un terribile anatema era sparita in una nube di fumo verde marcio.
Belrico sospirò, per la centesima volta, ripetendosi a mente l’anatema :
“Quannu troverai ‘na fimmana che t’accatta accussì bruttu comu si, l’incantu si studerà!”
Se solo pensava a quanto gli era costato in maghi e sapienti quell’anatema! Era stato formulato in una lingua incomprensibile forse magica, dal significato oscuro e sibillino. Solo un mago di Trinacria glielo aveva saputo tradurre e spiegare.
Per questo, se lo sentiva in fondo al cuore, Isabella con la sua infinita dolcezza avrebbe saputo sciogliere l’anatema.
Sempre sospirando, fece accomodare la bella fanciulla e prese posto all’altro capo della tavola (tavolo in massello di noce da quarantacinque commensali ereditato dal suo bis bis bis bis bis bis avolo).
Subito, mani invisibili cominciarono a servirli con efficienza e impeccabilità degne dei migliori maggiordomi.
Isabella, era piuttosto stupita, ma seppe rimanere impassibile ricacciandosi in gola un urlo e riafferrando al volo un bicchiere di cristallo di Boemia.
Per tutta la durata del pasto, il principe non fece che sospirare a alzare gli occhi al cielo; tra un fiato a l’altro, riuscì a divorare sino in fondo ognuna della trenta portate servite in splendide composizioni, che apparvero sulla tavola.
A proposito del suo vistoso appetito, Archirio Trovetti il suo segretario, sosteneva che esso fosse il risultato di una qualche maledizione lanciatagli da qualcuno con cui potesse aver avuto una qualche discussione.
Belrico, ci aveva pensato attentamente e in poco più di due settimane aveva steso una lista dettagliata delle persone che aveva più o meno brutalizzato e/o maltrattato.
Il segretario aveva sfoltito l’elenco eliminando tutte le persone decedute e/o carcerate, riducendo i nominativi da quattromila a duemila; ma anche così, l’idea di interrogare e/o torturare duemila persone si era rivelata un po’ seccante.
Scoraggiato il principe aveva deciso di tenersi quell’insaziabile appetito; purtroppo però ora veniva a sommarsi all’anatema della megera e sopportarlo diventava sempre più difficile. Sospirò.
- Principe, avete per caso una scuderia ben fornita? – Domandò all’improvviso Isabella, con fare languido, interrompendo il filo delle sue elucubrazioni.
Ma certo mia cara ospite; salite in camera a cambiarvi, e vi condurrò ovunque vorrete. - Rispose Belrico felice come una pasqua.
Isabella si morse le labbra per non lasciarsi sfuggire una risata beffarda: cavalcava a pelo dall’età di due anni. Fra poco avrebbe avuto l’occasione propizia per sbarazzarsi del padrone di casa. Doveva agire bene e presto, poiché non sapeva quanto avrebbe resistito ancora alla snervante presenza di quell’essere.
Guidata da un invisibile servitore, che reggeva alto un candelabro d’argento brunito, del valore approssimativo di cinquecento scudi, prese possesso della sua stanza nonché del suo nuovissimo guardaroba composto da: quaranta abiti da mattina, quaranta da pomeriggio, quaranta da sera, venti da equitazione/caccia alla volpe, e trenta da viaggio.
Abbastanza soddisfatta, osservò ogni “mise” con la massima attenzione, per poi scegliere una cacciatora in velluto verde smeraldo.
Si sistemò con cura e poi scese dabbasso.
Il principe Belrico l’aspettava all’ingresso; indossava un abito da caccia color ruggine con passamanerie verdi, un corto mantello in tinta gli copriva le spalle e il volto.
Il portone era spalancato e invisibili stallieri tenevano a freno due superbi stalloni bianchi.
Belrico porse il braccio a Isabella portandola nell’elegante cortile fiorito, poi l’aiutò a issarsi in groppa; infine con un maestoso volteggio montò in sella partendo al trotto.
Seccata, Isabella lo seguì di gran carriera; il principe spinse il cavallo al galoppo.
Isabella accelerò raggiungendolo.
Una lacrima di commozione bagnò il volto mostruoso del principe; Isabella era la donna per lui.
Impossibile evitare di notare il suo stile, la grazia, il portamento.
Spronò il cavallo per evitare di essere sorpassato da lei.
Isabella lo raggiunse affiancandolo e stringendolo sul margine della strada; spingendo i cavalli l’uno contro l’altro, costrinse Belrico ad imboccare un sentiero stretto e dal fondo umido.
Come previsto, il cavallo del principe s’impantanò scivolando e innervosendosi; Isabella gli allentò una poderosa scudisciata sul sedere. Con un nitrito di dolore, il cavallo s’impennò cominciando a scivolare verso un vicino pendio piuttosto scosceso.
Isabella si scansò mentre Belrico, senza minimamente scomporsi, si teneva in sella padroneggiando, con molto stile ed eleganza, il cavallo fino a riportarlo alla calma. - Mia cara, vi siete preoccupata? – Belrico, senza mostrare il minimo segno d’affanno, si avvicinò ad Isabella che lo scrutava attonita e furiosa al tempo stesso. Presale una mano, se le portò alle labbra rugose depositandovi un bacio umidiccio.
Isabella impallidì; la bocca serrata in una smorfia di disgusto.
Mia cara, cercate di calmarvi; non esiste cavallo che possa disarcionarmi. Prima di questo malaugurato incidente, che mi ha sfigurato il viso, ero un campione di fama nazionale. Pensate che ho partecipato anche alle Olimpiadi.
Isabella nascose a stento il suo disappunto torcendo le redini, di pelle lavorata, così forte fino a farle diventare un corpo unico.
- Siete sconvolta, capisco. – Belrico si avvicinò e preso il cavallo di Isabella per la testiera lo condusse al suo fianco camminando al passo e illustrando alla fanciulla le bellezze della natura.
La ragazza taceva assentendo di tanto in tanto, con fare educato ed interessato.
Era lì da meno di ventiquattro ore che già sentiva un groppo di nervoso serrarle la gola: tra tanti bei principi le era capitato non solo il più brutto ma anche quello più stupido, tracotante e odioso.
Anche se Belrico teneva il volto nascosto dietro il cappuccio era facile discernere nella penombra gli orribili lineamenti deformi.
Isabella continuò ad assentire e sorridere al principe per tutta la durata del tragitto mentre, come spinte da un impulso inconscio, le sue mani dividevano rapidamente la criniera del cavallo ritorcendola in minuscole treccine.
Giunsero alla villa verso pomeriggio inoltrato; il castello splendeva della luce gialla dei candelabri; era uno spettacolo suggestivo, nonché costoso, che non mancò di impressionare favorevolmente Isabella.
Subito decise di “lavorarsi” il nobile sfigurato in un altro modo: doveva guidarlo in una conversazione mirata così da scoprire tutti i suoi punti deboli.
Sorridendo in maniera enigmatica salutò Belrico salendo nei suoi appartamenti, dodici stanze, dove si concesse un bagno caldo e profumato preso in una gigantesca vasca di marmo bianco traboccante di schiuma rosa.
Stiracchiandosi mollemente nell’acqua calda, Isabella giurò a se stessa che presto l’intero castello sarebbe stato suo.
Dopo essersi rilassata per una buona mezz’ora, la fanciulla, si asciugò indossando poi un magnifico abito giallo imperiale.
Spazzolò vigorosamente i lunghi capelli scuri fermandoli sulla fronte con un cerchio d’oro e lasciandoli sciolti sulla schiena.
Indossò scarpe intonate e ravvivò appena le labbra con un poco di rossetto; si specchiò soddisfatta.

Quando Belrico la vide ebbe un coccolone; siccome, fortunatamente, era appoggiato al caminetto non cadde in terra ma rimase in catalessi per buoni venti minuti.
Quando si riebbe cenarono al tenue lume di due candelabri, da dodici braccia, mentre il suono struggente d’un violino riempiva l’aria.
- Vi prego - urlò con stile Isabella, fra un boccone e l’altro di frutta sciroppata - raccontatemi qualcosa di voi.
- Di me? – tuonò Belrico dall’altro capo della tavola. Ma senz’altro!
Senza esitazione cominciò a raccontarle la sua vita infantile: dopo un accurato prologo genealogico /informativo, nei dettagli.
Fu così che Isabella seppe, con sua infinita gioia, quando al principe era spuntato il primo dentino, a che età avesse cominciato a gattonare e quando detto la prima parola.
A mezzanotte precisa Belrico finiva di raccontarle i primi cinque anni della sua vita.
La fanciulla era esausta e il sorriso sul suo bellissimo volto era il risultato di una paresi, temporanea.
Casualmente, la tovaglia accanto a lei era incisa da profondi solchi apparentemente scavati da una forchetta d’argento tutta contorta e spuntata.
- Sono molto stanca! – La poveretta, approfittando di una pausa nel discorso, si alzò in piedi pronta a congedarsi a qualsiasi costo: il corpo già proteso verso la scala.
- Ma certo, volevo solo mostrarvi i reperti in ordine cronologico; poi vi accompagnerò nei vostri appartamenti. – Ribadì lui gelido e un poco seccato.
Isabella impallidì tremando. – I …i ..reperti…- balbettò sfinita. Il suo self-control era andato da ore a farsi friggere. Ormai non era che una povera creatura in balia di oscure forze demoniache; con una mano afferrò una mela sbriciolandola.
Senza darle il tempo di ribattere, lui l’afferrò trascinandola attraverso stanze e passaggi fino a condurla in un lungo corridoio olezzante incenso dal profumo floreale. Quadri a olio raffiguranti Belrico in tutte le fasce d’età, intervallavano le vetrine foderate di cuscini di velluto nero su cui facevano bella mostra di sé ogni genere di reperti tra cui uno schifoso primo bavaglino, un pannolino, scarpine di lana, ciocche di capelli, quaderni, disegni, giocattoli e un delirio di vestitini; insomma tutto ciò che esiste nella vita di un bambino da uno a cinque anni.
Non pago, il principe si dette con enfasi a spiegare e analizzare ogni oggetto nei minimi dettagli; Isabella credette di essere stata trascinata all’inferno.
- Cosa avrò mai fatto per meritarmi questo martirio?- Pensava mentre una sorda rabbia le invadeva il corpo. - Rimuginò sulla dabbenaggine di suo padre, e in quel momento si sovvenne di un anello che sempre portava con sé, regalo appunto del genitore.
Alzò la mano scrutando, alla luce delle candele il diamante che luccicava al dito medio della mano destra; una sottile vendetta prese forma nella sua mente.
Belrico spiegava e illustrava reperti di ogni tipo e Isabella rapida usava il diamante per incidere e tagliare tutti i vetri che le capitavano sotto le mani.
- Principe! –urlò ad un certo punto Isabella, l’aria sconvolta come se uno scarafaggio le avesse zampettato sulla scollatura dell’abito.
L’eco sonora fece vibrare le vetrine; in un istante una miriade di schegge e di lastre di vetro riempì il pavimento con gran fragore.
Belrico si guardò intorno smarrito; ovunque cadessero i suoi occhi non vi era che distruzione.
Il principe si precipitò fra i vetri cercando di salvare i preziosi reperti.
- Principe, vi aiuto?! – Isabella, con gli occhi splendenti di gioia, fece un passo falso finendo per catapultarsi fra i cocci.
- Grazie mia cara. – Sospirò lui voltandosi, e prima che potesse rendersi conto se la trovò addosso. In un turbinio di stoffe colorate si rotolarono a terra in un letto di schegge di vetro. - Isabella..! – La voce di lui era roca di piacere mentre la stringeva al petto.
- Principe…? – Urlò sconvolta la fanciulla tentando affannosamente di liberarsi; lui la stringeva a sé palpandola con molto stile.
-…….non fingete; siate onesta con voi stessa. Non fate che domandarmi di me, mi scrutate con lascivia…voi m’amate! Sappiate che il vostro purissimo amore è ricambiato: v’amo Isabella!!!- Ciò detto si fiondò su di lei baciandole il collo, le guance..
La poveretta represse due tre conati di vomito, poi scivolando come un’anguilla sgusciò da quell’abbraccio fiondandosi su per la scale; riuscì a battere il guinness dei primati, salendo cinquanta gradini nel tempo record di cinque secondi.
Belrico sorrise guardandola svanire su per i gradini; aveva la vittoria in pugno. - Presto l’incantesimo si spezzerà! – Il principe stese il braccio sinistro poggiandovi il destro perpendicolarmente. – Vecchia strega, presto sarò di nuovo lo splendido uomo che tutte le donne amano e corteggiano!
Nella villa riecheggiò una sinistra risata.

Giunta sana e salva nei suoi appartamenti, Isabella si fece sette spugnature e tre bagni bollenti cercando, inutilmente, di lavarsi via lo strano odore rancido/ muschiato che Belrico le aveva lasciato addosso.
Era furiosa con sé stessa, non le erano mai capitati tanti fallimenti tutti in una volta: evidentemente era un problema di tattica.
Belrico era diverso da tutti gli uomini che le erano capitati fino ad allora.
Prese libretto e calamaio e, seduta alla scrivania, cominciò a buttar giù due equazioni e qualche grafico; preparò una tabella esplicativa. Non contenta compilò una lista riassuntiva corredata di schizzi e planimetrie.
Dopo un paio d’ore sospirò chiudendo il calamaio; poteva ancora farcela.
Si stese nel letto scivolando fra splendide lenzuola di seta bianca ricamate in oro, e avvolta nella trapunta di broccato d’oro imbottita di piume, s’addormentò in un attimo.
Il mattino seguente,quando si svegliò, l’orologio sul caminetto segnava le nove in punto; liste di sole penetravano dalle persiane.
Isabella si stiracchiò voluttuosamente e scese dal letto pronta per il combattimento.
Si preparò vestendosi in maniera sobria, (un abitino di taffetà verde con intarsi di pizzo tono su tono e un leggero strascico) e dopo essersi spazzolati i capelli , scese per la colazione.
La tavola, decorata da una tovaglia bianca ricamata a mano, era apparecchiata per due, mentre per tutta la lunghezza del tavolo faceva bella mostra di sé un imponente buffet di portate calde e fredde .
Isabella perse subito il controllo visivo/olfattivo catapultandosi sul buffet; preoccupata di mantenere la sua linea invidiabile, si servì una colazione frugale a base di uova al bacon, panini caldi al miele, frittelle con sciroppo d’acero, succo d’arancia e cappuccino bollente con un monte di schiuma (accompagnato da due ciambelle fritte da pucciare nel cappuccino).
Aveva appena consumato la sua colazione, e si preparava a defilarsi, allorchè Belrico le comparve alle spalle (facendole quasi ritornar su l’ultima ciambella).
Isabella cercò invano di schermirsi, ma il principe, vestito di velluto arancione e seta nera, le avvinghiò elegantemente un braccio costringendola a sederglisi accanto.
A quel punto la fanciulla decise di far buon viso a cattivo gioco; si accomodò meglio sulla sedia aggiustandosi in maniera coreografica le pieghe dell’abito.
- Devo dirvi principe che la vostra sagacia, l’intuizione che mostrate di possedere, sono per me una fonte inesauribile di piacere…- cominciò Isabella, optando rapidamente per il piano A scheda ALFA terzo paragrafo.
Funzionò.
Belrico rimase con mezza salsiccia fuori dal forno che chiamava bocca; guardava Isabella come se non l’avesse mai vista prima.
“Una profusione di parole per decantare uno spillo!”: questo era il motto di Agerato, ricamato in oro nello stemma di famiglia. Tutte e tre le figlie lo avevano appreso all’età di un anno e un mese dopo già lo applicavano con sorprendente abilità, specie Isabella che riusciva a infinocchiare persino suo padre.
- Non vi stupiscano mio signore queste parole; da quando vi ho conosciuto ho subito compreso che dietro la vostra timidezza si cela un animo nobile e sensibile in grado d’intuire perfettamente i lievi palpiti di un’anima femminile….- Isabella col volto atteggiato a “creatura in estasi” continuava a sciorinare baggianate senza senso; era bellissima e un raggio di sole scese a sfiorarle i capelli scuri.
Belrico, a fatica era riuscito a ingoiare il boccone, ed ora con la mascella pendula ascoltava estatico la dolce fanciulla che gli stava dichiarando tutto il suo amore (sua interpretazione personale).
- …………..il vostro immenso cuore e la cura squisita che mettete nel farmi sentire così gradita ospite. – Concluse Isabella a cui s’era esaurita, temporaneamente, la fantasia.
- Oh…Isabella..! – L’energumeno si gettò ai suoi piedi piovrandole una mano.
L’elegante mantello arancione si drappeggiava magnificamente sulle sue spalle possenti. - Amatemi affinchè io possa farvi mia per sempre..!- Esclamò esaltato.
- Si mio principe, sposatemi e facciamo la comunione dei beni! – Accondiscese la fanciulla, alzandosi in piedi ripiena di sacro ardore; gli occhi le luccicavano come fari.
Il principe si rizzò in piedi come colpito da un fulmine, rapido sparì in un turbinio di velluto arancione. - Vado a dare ordini per lo sposalizio – urlò dal fondo del corridoio – vi manderò la sarta e i servitori.
Con un sospiro soddisfatto Isabella si accomodò nel salottino giallo imperiale; sbracatasi su una poltrona tirò fuori il notes aggiornando rapidamente il grafico, aggiungendo postille e chiarimenti.
Tutto procedeva come previsto dalle proiezioni; non restava che sposarlo e ucciderlo con calma, senza dare nell’occhio.
Una volta vedova avrebbe ereditato legalmente ogni bene mobile e immobile.
Un pensiero le oscurò il volto; si alzò passeggiando nervosamente.
La convivenza: come superare quel terribile scoglio, ma soprattutto la prima notte di nozze?
Impallidì sentendosi aggricciare la pelle al solo pensiero.
Certo con un poco di sonnifero avrebbe potuto risolvere la questione alla radice; sempre che non le fossero saltatati prima i nervi.
Tornando a sedersi s’impose di calmarsi; tutto si sarebbe risolto per il meglio.

Trascorsero così alcuni giorni, piacevolmente costellati da irruenti tentativi di seduzione da parte di Belrico e abilissime fughe di Isabella, la quale viene ricordata come l’inventrice dall’arte del mimetismo.
Cene interminabili allietavano le serate della fanciulla, monologhi senza fine le riempivano i pomeriggi; la sua vita si avviava ad un bivio ed una nuova consapevolezza si impadroniva di lei: uccidere Belrico al più presto, magari dopo la firma del contratto di nozze.
Alla villa fervevano i preparativi; servi invisibili lustravano stoviglie, mobili, argenterie.
Tende venivano lavate o rinnovate, poltrone tappezzate a nuovo, il giardino fu arricchito di statue e fiori esotici.
Isabella annotava ogni cosa, con estrema cura, nel suo notes ormai zeppo di cifre e tabelle.


Ogni due giorni, mani invisibili le misuravano il vaporoso abito di tulle bianco che una sarta misteriosa cuciva per lei con sopraffina abilità.
Frattanto il corridoio/sacrario di famiglia venne ricostruito con lusso maggiore; Isabella riuscì a goderne una vista parziale prima che una misteriosa autocombustione devastasse per sempre la galleria.
Addolorata, dall’incommensurabile perdita, Isabella decise di inventariare tutta l’argenteria. Non soddisfatta trascorse le serate ad interrogare l’amato principe su ogni debolezza e fobia che avesse mai manifestato in vita sua.
Ne vennero fuori delle belle: Isabella da professionista qual era, tabulò ogni cosa, preparando un grafico ad uscite variabili con proiezioni tridimensionali pluriennali; con un paio di equazioni sistemò ogni cosa, riuscendo finalmente a godersi sonni più tranquilli ( dieci ore di sonno invece che otto).
Ogni giorno Belrico non mancava di far visita ad Isabella portandole sempre regali e gioielli, seguiti purtroppo, da snervanti autoincensamenti di due/tre ore, che solo la bellezza dei gioielli riusciva in qualche modo a mitigare .Difatti da questi atroci incontri, la fanciulla usciva sempre con i nervi a pezzi e fortissimi mal di capo.
Isabella poteva quasi dirsi soddisfatta, se almeno lui non fosse stato così imbecille, tracotante e pieno di sé le avrebbe risparmiato il fastidio di doverlo uccidere.
Se solo pensava di dover portare il lutto per tre anni le veniva il voltastomaco; il nero offuscava la naturale bellezza del suo viso, le sbiadiva i capelli e la faceva sembrare vecchia. Odiava il nero.
D'altronde non le restava che quella alternativa; ucciderlo o farsi venire l’esaurimento nervoso.
Non era la sua schifida e ripugnante bruttezza, né la sua insopportabile pedanteria; era il suo prepotente e strafottente egocentrismo a crearle qualche problema.
- Che decisione sofferta!- sospirò aggiornando il suo notes.

- Lei mi ama e morirebbe per me! – Disse Belrico ad un candelabro d’argento fermo a mezz’aria, che lo scrutava impassibile.
- Andiamo non essere così cinico, lo ammetto è superba e strafottente, illogica, e poco intelligente…ma la amo molto e sicuramente lei spezzerà l’incantesimo! – Continuò il principe indossando un elegante completo blu e argento: la gorgiera di pizzo incorniciava meravigliosamente la viscida pappagorgia rugosa che armoniosamente completava il suo volto bestiale. - Comunque non mi pare di avere possibilità di scelta, perciò taci e aiutami a vestirmi.
Il candelabro ondeggiò con fare intimidatorio.
- Andiamo Renè, non è cosa! – Il principe si stese su un canapè con aria languida. – Sarà anche figlia di un mercante, ma oltre ad essere piuttosto carina è anche l’unica che ultimamente riesca a sopportare la mia vista senza urlare o cadere in deliquio.
Ricordi le tre principesse, due baronesse, le quattro contesse e la marchesa? Fra urli, svenimenti, pianti e crisi isteriche non cavammo un ragno dal buco! – Attirò a sé una scatola di cioccolatini e si servì appozzando a piene mani. - Questa me la sposo – proseguì con la bocca piena – così finalmente spezzerò questo malnato incantesimo.
Il candelabro si appoggiò sul tavolino accanto al canapè.
Non discutere i miei ordini; non posso più aspettare! Tu non hai idea di cosa voglia dire essere sfigurati a questo modo: la mattina quando mi alzo e vado a farmi la barba per prima cosa urlo.
Allora corro in camera a prendere il fucile solo per ricordarmi che il mostro che ho visto sono io; non posso neanche tirarmi una fucilata.
E poi, non capisco mai quale sia la bocca e il naso; non li distinguo! Sono stanco e stressato..- una colatura di cioccolato gli macchiava le labbra rosa antico. – Sono stufo, stufo, stufo…
Il candelabro si spense e la discussione ebbe fine: non per mancanza di luce.


Quel giorno, a pranzo, Isabella sfoggiava una parure di diamanti, la più sobria che Belrico le aveva donato.
Saggiamente, badava bene ad ingioiellarsi e vestirsi nel miglior modo possibile, in modo da tener sempre desto l’interesse del suo anfitrione; non che dubitasse del suo fascino, ma una statistica che aveva elaborato stabiliva che una discreta percentuale d’uomini era attratta dalle donne ben vestite e ingioiellate.
‘’Mai perdere un’occasione!’’ le diceva sempre suo padre.
Isabella sospirò compiaciuta: la tavola, opulenta come al solito, era preparata con molta eleganza.
Un magnifico centrotavola formato da frutta e fiori era il fulcro di una meravigliosa composizione di vivande calde e fredde che si snodavano in una miriade di colori, sulla lunga tavola.
Un profumo allettante riempiva l’aria.
Belrico arrivò di corsa e con l’aria piuttosto furiosa.
Facendo ondeggiare il mantello si sedette accanto ad Isabella e le puntò addosso due occhi di “bragia ardente’’. – Voi mi amate, vero Isabella? – le gridò avvinghiandola per le spalle.
Lei sgranò i begli occhi chiari con aria innocente ( sguardo numero 15 articolo 7 paragrafo due della tabella degli accessori), poi con consumata abilità si morse l’interno della guancia riuscendo a farsi scendere due grossi lacrimoni sulle guance eburnee - ………..oh.. mio caro, caro Belrico……… come potete dubitarne? Voi mi offendete! – Sospirò coprendosi il volto con le mani cariche di anelli. – Desidero che mi lasciate andare via; non posso sopportare di leggere il dubbio nei vostri begli occhi ardenti!- Si alzò di scatto dalla sedia, che cadde a terra con gran fragore, e raccolta la lunga gonna di seta azzurra fuggì via inerpicandosi su per le scale (riuscendo così a battere il suo precedente record).
Con molta astuzia badava bene di tenere la testa bassa, altrimenti i servitori invisibili avrebbero notato il sorriso beffardo che increspava quel volto angelico.
- Hai visto, Renè? – Urlò Belrico dando una poderosa manata sul tavolo; tutte le stoviglie tintinnarono all’unisono, i bicchieri di cristallo si spezzarono in due. – Dopo pranzo fai attaccare i cavalli, andiamo a prendere la famiglia di Isabella affinchè assista al nostro sposalizio.
Il candelabro si sollevò dal tavolo uscendo.
Sospirando il principe ordinò che gli servissero il pranzo riuscendo a ingurgitare un pasto preparato per due (24 portate standard) – Vederla a questo modo mi spezza il cuore- biascicò azzannando un coscio di montone - la mia meravigliosa, candida Isabella! – Le patate gli scivolarono in gola, lucide di burro fuso.

Verso le cinque del pomeriggio lui passò a chiamarla.
Isabella s’era fatta servire il pasto in camera, ed ora grazie alle sue conoscenze di arti oscure e segreti mistici, (una spruzzata di limone negli occhi) sfoggiava un viso da addolorata e/o aspirante suicida.
Belrico si presentò alla porta con un fascio di novantanove rose rosse; si era cambiato indossando un completo color ruggine e oro e aveva l’aria avvilita.
Isabella si fece trovare con i capelli spettinati, stesa sul letto sfatto, gli occhi gonfi.
Belrico abboccò come da manuale; cadde in ginocchio ai piedi del letto sbattendo il fascio di rose quasi sul volto di Isabella, che le evitò con consumata abilità. – Isabella vi supplico! – La sua voce riecheggiava nella stanza come il rombo d’un tuono.
- Era qui che ti volevo! – Pensò la fanciulla, sbirciando con la coda dell’occhio, la figura ridicola di quel principe. La mano pelosa di lui le porse uno scatolino di velluto blu dall’aria vagamente familiare; quasi un dèjà vu.
Il cuore di Isabella dette un balzo: decise di fingere ancora un poco per rendere più convincente la scena.
- Isabella!- Tuonò lui acchiappandola per le spalle e sollevandola finchè non l’ebbe innanzi al viso. – Vestitevi, andiamo a chiedere la vostra mano all’uomo che via ha generata. L’anello di fidanzamento è qui! Alzatevi e smettete di piangere, una nuova vita piena di felicità vi attende!-
Isabella singhiozzò (era una delle cose che le riuscivano meglio) e chinata la testa sul petto lasciò che i capelli le spiovessero sul volto, le veniva troppo da ridere.
- Mia Isabella – il principe l’afferrò fra le braccia stringendola a sé – tutto ciò che vedete sarà vostro, la mia vita vi appartiene………. Guardatemi…….!-
Lui la fece sedere in poltrona e le spalancò innanzi agli occhi la scatolina di velluto blu.
Sul panno scuro splendeva un anello con un gigantesco diamante circondato da una fila di rubini, una di zaffiri e una di smeraldi, era quanto di più grosso e pacchiano si potesse trovare sul mercato e da solo valeva più di tutto il castello, arredi e accessori inclusi.
Isabella si finse sdegnata; voltò la testa scansando la scatola con un gesto di disprezzo. Gli occhi le luccicavano d’avidità a stento repressa, questa commedia la stava snervando; voleva la casa e l’anello subito, altrochè!
- Isabella! – Un altro urlo belluino, poi lui le avvinghiò la mano infilandole di prepotenza l’anello. - Vestitevi, subito!-Precisò lui, che dopo averla stretta in un autentico abbraccio da grizzly, la lasciò andare uscendo in un turbinio di sete e velluto.
Immediatamente Isabella si guardò la mano sinistra sulla quale troneggiava l'anello, lucente di pietre preziose.
Trattenne a stento un urlo di gioia, poi, cavato il quadernetto dalla tasca fece uno schizzo dell'anello contandone le pietre preziose e valutandone approssimativamente i carati.
Si fece due calcoli, buttando giù qualche cifra inerente al costo dell'anello; ne venne fuori un numero con molti zeri che le fece sfuggire un sospiro di soddisfazione.
Piuttosto contenta corse a vestirsi e pettinarsi e in breve tempo, due ore e mezza circa, fu pronta.
L'avidità le riempiva gli occhi di una gioia sovrannaturale, non era mai stata tanto bella!
Belrico l'attendeva in cortile, l’aria vorace e impaziente: l’aiutò a salire in carrozza e subito i cavalli si mossero spronati da un cocchiere invisibile. Attraversarono rapidamente il giardino fiorito, gli ampi viali e i cortili fino ad uscire nel fitto bosco che circondava il castello.

Frattanto nella casa del mercante la vita scorreva come di consueto.Isabella mancava da un mese e già le sue sorelle, edotte dai racconti paterni, la davano per morta e sepolta.
Proprio in virtù di una simile eventualità si erano fraternamente spartite gli averi della sorella, tranne il denaro che non erano riuscite a trovare, e facevano la bella vita alla sua faccia.
Con molta astuzia, erano riuscite ad accalappiarsi quasi tutti i giovanotti dalla zona e passavano dall'uno all’altro con consumata abilità.
Quanto ad Agerato, soffriva molto per la mancanza della figlia prediletta, e trascorreva le serate fuori casa a meditare sugli strali della sorte avversa, fra le braccia di finte bionde e prosperose rosse tinte.
Fu perciò con molta sorpresa, mascelle pendule, che videro la splendida carrozza fermarsi nel cortile della loro umile magione.
Inebetiti si piantarono sulla porta di casa mentre il cocchiere invisibile, spalancato lo sportello consentiva ad una superba principessa di posare il piedino calzato di raso sul lastricato polveroso del cortile.
Belrico si affiancò ad Isabella e presala per mano la portò innanzi al vecchio mercante il quale strabuzzò gli occhi, e ci mancò poco che collassasse.
Per fortuna, con una sincronia dettata da anni di esperienza, Fiorella e Lorella sostennero l'infermo.
Isabella rimase impassibile, inarcando appena un sopracciglio.
- Signore, - tuonò Belrico con un tempismo degno di lui - sono qui per chiedere la mano di vostra figlia!
Fiorella e Lorella sbiancarono lasciando scivolare a terra il padre.
Agerato si rialzò contuso e tremante; cosa rispondere a siffatta proposta? Pensava d'aver perso una figlia e invece la ritrovava e per giunta fidanzata ad un cotal giovanotto; si vedeva subito che quello sguazzava nell'oro.
Era un'unione nata per dare frutti.
A spezzare la tensione intervenne Isabella; quasi calpestando le sorelle si gettò fra le braccia del padre singhiozzando e mormorando sconnesse frasi d'affetto (strategia 6H).
Così tutto finì a tarallucci e vino, serviti da Lorella, e fra una chiacchiera e l'altra si decise la data delle nozze e gli ultimi particolari (il numero dei fiori di zucchero sulla torta nuziale).
Agerato e Belrico si compresero subito a meraviglia: commossa Isabella cominciò a studiare un piano alternativo alla tragica fine progettata per il marito; in fondo una robusta botta in testa poteva fargli perdere la memoria e renderlo paralitico, inabile…
Certo, questo le avrebbe anche evitato di portare il lutto e magari Belrico avrebbe fatto compagnia a suo padre negli ultimi trenta quaranta anni che ancora gli restavano.

Fu solo verso l'alba che il signore di Granfigone Terme riprese la strada di casa lasciando la fidanzata ben custodita nella casa paterna, così come voleva la tradizione.
Inutile dire che Isabella ne fu felice, non le pareva vero di non dover subire per una sera i monologhi auteincensanti di Belrico, le sue avances piovreggianti.
Solo un pensiero le metteva ansia; essere tanto distante dall'argenteria, dagli abiti e dai gioielli del castello di Granfigone.Ma bisognava farsene una ragione.Sospirò per un po', poi entrò nella sua stanza.
Le bastò una rapida occhiata per cambiar pensieri e scolorare in volto: qualcuno aveva toccato le sue cose!
Non le ci volle molto a immaginare chi potesse essere l'artefice di un simile affronto.Furiosa si stese sul letto rimuginando.
L'orologio battè l'ultimo tocco.
Controllato che il caro padre si fosse coricato, Isabella si fiondò nelle stanze delle sorelle a reclamar vendetta; stretto convulsamente fra le mani candide l'inventario segreto, prova tangibile delle ruberie subite.
Temendo, e conoscendo la sorella, le due s'erano barricate nelle stanze, comunicanti, bloccando porte e finestre.
Isabella cercò di forzare la porta, teneva sempre a portata di mano un piede di porco, si accanì invano sulle finestre, poi esausta si sedette sul pavimento.
Sospirando estrasse il mitico libretto e aperto il calamaio con pochi tratti di penna buttò giù uno schizzo delle stanze da assediare; mise qualche cifra, eseguì due misurazioni, preparò un'equazione.
Disegnò un grafico a curva variabile e preparata una lista alfabetica la studiò a fondo per qualche minuto; poi chiuso di scatto il libretto si preparò al contrattacco.
Corse in cucina, aveva ancora addosso l'abito di pizzo col quale era giunta in visita, a prendere degli stracci che bagnò nel petrolio per le lampade.
Li torse e inzuppò ben bene passandoli lungo la fessura fra il pavimento e lo stipite delle stanze parentali, poi diede fuoco al tutto.
Le fiamme avvamparono in un attimo e di lì a poco Isabella udì le sorelle tossire e piagnucolare terrorizzate.
Resistettero cinque minuti, poi si catapultarono fuori dalle stanze mentre Isabella domava le fiamme con un secchio d'acqua pronto per l'uso.
Lorella e Fiorella si guardarono; erano sporche e tremanti.
Senza fiatare rientrarono nelle rispettive stanze e come i Re magi iniziarono una lunga processione: abiti, lenzuola, gioielli, stoffe, oggetti, ogni cosa tornò al suo posto in un lasso di tempo che si protrasse fino al pomeriggio del giorno seguente.
Isabella riordinò la sua stanza e non si degnò d'alzar paglia per tutti i giorni che seguirono; venne servita e riverita senza storie.
Frattanto al castello le cose s'erano messe male; i servi erano preoccupati e l'aria carica di tensione.
Il principe Belrico si era steso sul letto in camera sua, e non s'alzava più.
Addolorato dalla lunga assenza dell'amata (due giorni ) non trovava più la forza per interessarsi a nulla.
Stava sdraiato sul suo letto e sospirava penosamente con gli occhi rivolti alla finestra.
I servi tentavano di distrarlo improvvisando scenette da "teatro nero di Praga", giochi di prestigio, nulla.
Lo chef si sbizzarrì fino a friggere cavallette e formiche; tutto inutile.
Belrico aveva quasi perso l'appetito; un contorno, un primo, una pietanza, due antipasti e un dolce era ormai tutto ciò che si riusciva a fargli mangiare.
Andò avanti cosi per giorni e giorni (quattro) fino a ridursi all'ombra di sé stesso, stava così male che la data delle nozze passò senza che nessuno se ne ricordasse.

Frattanto Isabella, che non aveva avuto più notizie del promesso sposo, si preoccupò immediatamente, specie quando la vigilia delle nozze non vide comparire carrozza né abito.
Era cosi nervosa ed esasperata che si chiuse in camera buttando giù una serie incredibile di grafici, proiezioni, liste analitiche, alfabetiche, equazioni e promemoria con postille. Fu tutto inutile e per rifarsi maltrattò un poco le sorelle.
Figurarsi quando il giorno delle nozze rimase sulla soglia della porta in inutile attesa.
Diede a Belrico venti minuti di ritardo, poi come una furia acchiappò un cavallo e montata in sella a spron battuto si diresse verso il castello.
Nessuno mai le avrebbe fatto sfuggire l'occasione della sua vita.
In meno di venti minuti fu al cancello; era spalancato…
Isabella si spaventò, temette subito il peggio: i ladri, l'argenteria, i gioielli, gli arazzi, i tappeti…
Rapida giunse davanti al portone spalancato, scese di sella correndo su per i gradini, le mani strette sulla gonna di raso, i capelli al vento.
Tutto sembrava deserto privo di vita: ogni cosa era al suo posto;gli arredi e i soprammobili l’argenteria….
Trafelata si precipitò al piano di sopra urlando il nome del promesso sposo; possibile che fosse fuggito con un'altra? Che l'avessero rapito? Che si fosse rotto l'osso del collo prima che lei lo sposasse, che ci mettesse mano?
Frenetica esplorò le stanze fino ad entrare in quella del principe; lui era steso sul letto sfatto, gli abiti gli pendevano addosso, il muso pallido: sembrava morto!
- Belrico!!- L'urlo di Isabella risvegliò il quasi morto.
Lei si accosciò ai piedi del letto col cuore a pezzi; lacrime le bagnavano il volto candido. "I miei soldi, gli abiti, la villa, i gioielli, le stoviglie, i cavalli” . - Singhiozzava la dolce fanciulla in un sussurro sconnesso.
Belrico rivolse verso di lei il volto mostruoso e deforme, gli occhi spenti: le tese la mano pelosa e lei l'afferrò stringendosela al cuore. -Voi dovete vivere, avete capito, capito! - Gridò disperata mentre già si vedeva maritata col macellaio o col gioielliere, intenta a cucinare con tre marmocchi che le si aggrappavano alla gonna di cotone stampato.-
- io… io… non posso vivere senza di voi!!- Singhiozzò, e le sue lacrime per una volta pure e sincere, bagnarono il volto deforme della bestia.
Isabella amava, amava nel modo più sincero a lei congeniale. Fu questo meraviglioso, dolce sentimento a spezzare l'anatema.
Un lampo di luce rossa avvolse il corpo del morente che gridò in preda alle convulsioni. Isabella era spaventata e confusa; le restava solo un barlume di avidità, ma gli tenne stretta la mano pelosa che sotto le sue dita cominciò a cambiare.
- I soldi, i soldi,- si ripeteva la fanciulla cercando di darsi coraggio, di mantenersi salda - i gioielli, le sete.
Lentamente la luce rossa si attenuò lasciando il corpo del principe rilassato. -… Belrico? - Isabella era angosciata e ancora abbagliata dalla luce rossa.
Lui si alzò lentamente a sedere; la ragazza si lasciò sfuggire un gemito di piacere: l’uomo che le stava davanti era un gran bel ragazzo, con tanto di ricci biondi, occhi laghetto di montagna, pelle dorata e muscoli possenti. Quasi un dio!
- Voi mi avete salvato!- Lui l'avvolse in uno dei suoi consueti abbracci e la baciò impetuosamente, con tanto di un metro di lingua.
Stavolta però Isabella lo lasciò fare, partecipando attivamente e accantonando definitivamente l'idea di ucciderlo.


EPILOGO

Isabella e Belrico vissero felici e contenti nella villa che fecero ampliare quando Isabella partorì il primo figlio, Belluccio.
Agerato andò ad abitare con loro.
Fiorella sposò il macellaio e Lorella il panettiere.