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| La sala del trono era parata a festa e i nobili, riunitisi per l'occasione, avevano indossato i loro abiti migliori. C’era un vociare sommesso, un’aria di febbrile attesa. Monete d’oro passavano di mano in mano, bisbigli complici venivano sussurrati dentro orecchie ingioiellate. Il re e la regina, assisi sui loro troni dorati, si guardavano con aria feroce. - Non te ne bastavano sette, ci dovevi proprio aggiungere l’ ottavo…!- Sibilò la regina Rosa coprendosi il volto con un ventaglio verde smeraldo incrostato d’oro. - Potevi starci attenta; non sei tu quella che vuole fare sesso ogni giorno? ribatté il re cercando di palpare al volo il prosperoso deretano della nutrice. I begli occhi della regina lanciarono lampi di virtuoso sdegno; stava per rispondere per le rime al suo consorte allorché l’araldo annunciò l’arrivo delle ospiti che attendevano dal primo pomeriggio (era calata la sera e il buffet freddo era stato riciclato come cena). -La fata Azzurra, la fata Dora, la fata Rossana…- annunciò l’araldo battendo con vigore la mazza sul pavimento di travertino. -Ordine alfabetico, cosa ti avevo detto? tra la folla di nobili una dama vestita di giallo paglierino riscosse due monete dal barbuto nobile che le era accanto. In effetti pur essendo sorelle e per giunta gemelle, fra le tre fate c’era sempre un’accesa rivalità che creava qualche disguido o imbarazzo ai protetti di queste ultime.
Incedendo con grazia e leggiadria, attraverso la sala, le tre splendide creature si allinearono accanto alla bianca culla infiocchettata dove giaceva le neonata urlante. |
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| Gli anni si susseguirono pieni di eventi e Rosaspina crebbe piena di ogni virtù; ma ardeva segretamente in lei un selvaggio spirito ribelle. Vedere i suoi familiari destreggiarsi con gli anatemi e subirli la faceva imbestialire; doveva pur esserci un sistema per porre fine a quella tirannia che li asserviva alla malvagia Nigeria. Rosaspina si mise d’impegno a fare esperimenti sulle sue sorelle. La prima a subire le attenzioni della principessina fu Rosanna, la quale si vide costretta a lottare strenuamente per poter finire un avvincente romanzo d’amore. Rosaspina con tutta la sua caparbietà cercava di sfilarglielo di mano e di distrarla parlandole. Ma gli occhi di Rosanna non si staccavano dalle pagine del volume e le sue mani lo avvinghiavano in una morsa ferrea. Per nulla intimorita la giovane ribelle cominciò a strappare le pagine del volume sotto gli occhi febbrili e atterriti della sorella la quale non solo faticava a seguire la trama del romanzo, ma anche a tenere il volume che rimpiccioliva a vista d’occhio senza che la furia di Rosaspina si calmasse. Quando del libro non rimase più che la copertina Rosanna dette un urlo cadendo stesa a terra in catalessi; gli occhi sbarrati e le mani contratte sui resti del libro (era una copia autografa del Boccaccio). Rosaspina la adagiò su un divano e attese pazientemente che sua sorella rinvenisse. Aspetta oggi e attendi domani dopo sette giorni dovette darsi per vinta; mise in mano a Rosanna un bel libro nuovo aperto alla prima pagina, e quella si rianimò in un istante. Per nulla convinta dal recente insuccesso decise di provare con un approccio leggermente più morbido; seguì per giorni sua sorella Rosalinda studiandone le mosse, poi un giorno in cui era distratta le tese un tranello. Era una bella giornata di sole e in base al suo programma settimanale Rosalinda sarebbe salita in terrazza per stendere i panni. Rosaspina, attese che la sorella imboccasse lo stretto corridoio che portava alle scale, per accalappiarla, legandola e imbavagliandola; la poveretta cercò di strisciare sul pavimento per raccogliere i panni o quantomeno lucidare il parquet, ma Rosaspina la bloccò ad una poltrona. Non appena si vide immobilizzata Rosalinda sbarrò gli occhi cadendo in uno stato stuporoso. Come la volta precedente Rosaspina attese che sua sorella rinvenisse. Dopo dieci giorni (e dopo averle fatto annusare ogni cosa immaginabile per farla rinvenire) dovette darsi per vinta; liberò Rosalinda che ripresasi in un lampo cominciò a raccogliere i panni per rilavarli, e già che c’era lucidò anche il parquet. A quel punto la principessina aveva dati sufficienti per comprendere che gli anatemi non potevano essere sciolti in maniera così semplice e diretta. Pensa che ti ripensa decise di optare per un approccio più scientifico; trascinò sua sorella Rosanna in biblioteca e, dopo aver bruciato ogni romanzo disponibile, la costrinse a leggere libri di occultismo e magia. Alla fine di ogni libro rivolgeva alla sorella domande precise e richieste su quanto le interessava, prendeva rigorosamente appunti e poi le appioppava un altro volumone da leggere. In breve ebbe un compendio preciso e sintetico su tutto quanto concerneva anatemi/maledizioni & trasformazioni magiche (da qui un “tale” prese l’idea per scrivere compendi per ogni argomento trattabile nei libri). Forte di questa sua nuova conoscienza la principessa si mise subito al lavoro sperimentando sistematicamente formule e pozioni trovate nei libri. Dopo essersi procurata le erbe magiche, a prezzo di appostamenti notturni in cimiteri, scalate su impervie montagne, attese spasmodiche del cambio delle fasi lunari, trappole per catturare ratti, ragni, lucertole e ogni tipo di bestia schifosa e repellente, finalmente Rosaspina riuscì a produrre la sua prima pozione. Subito si precipitò ad offrirla a Rosetta, la quale golosa com’era la trangugiò afferrando il bicchiere dalle mani della sorella. L’aveva appena ingoiata quando una serie di orribili pustole verdi le comparvero su tutto il viso, le pustole si gonfiarono scoppiando e impiastrando di liquame verde tutto quanto nel giro di cinquanta metri. Rosetta urlava di terrore e Rosaspina controllava il suo compendio per vedere se la reazione alla pozione fosse ottimale. -Va tutto bene- sorrise alla sorella scrollandosi di dosso i filamenti di muco verde. -Adesso ti farai un bel bagno caldo e sarà tutto a posto. Le sorrise, di nuovo, con aria rassicurante mentre Rosetta isterico/sconvolta non sapeva cosa dirle(ma avrebbe saputo cosa farle). In compenso, vuoi il disgusto vuoi lo choc, l’appetito sembrava esserle completamente passato. Dopo averla lavata e profumata Rosaspina offrì una fetta di torta a sua sorella; la principessa guardò il dolce con aria disgustata. Rosaspina la tentò con un piatto di lasagne, un timballo di melanzane, un fagiano al forno ma niente sembrava interessare Rosetta che se ne stava sdegnosamente composta in un’elegante poltrona. -Direi che ha funzionato; non devi più mangiare a rotta di collo. Rosaspina guardò soddisfatta sua sorella, che finalmente dopo anni di masticamento ininterrotto riusciva a tenere ferme le mascelle. -Ti sono molto grata; magari la prossima volta che desideri fare un esperimento su di me, sii così cortese da avvisarmi!- Le rispose Rosetta con un bel sorriso a metà fra lo sfinito e il furibondo. Rosaspina guardò sua sorella trovandola molto bella, regale e antipatica. Incoraggiata dal successo ottenuto, Rosaspina, consultò febbrilmente il compendio. Così una notte di luna piena, dopo aver preparato i soliti ingredienti, quatta quatta scivolò nelle stanze di Rosalba e, dopo aver narcotizzato le sue onnipresenti ancelle (succo di camomilla e laudano spray; una sua creazione) la trascinò con sé in una vicina cappella sconsacrata. La poveretta non oppose resistenza; seguiva la sorella ricordando a malapena la propria esistenza. Rosaspina la condusse al centro della stanza e dopo averle detto di starsene zitta e buona cominciò a disegnarle intorno un pentacolo recitando a mezza voce formule magiche, scongiuri e incantesimi. Per fortuna Rosalba era troppo stolida per comprendere la benché minima cosa, (difatti non urlò quando uno scorpione le passeggiò sulla scollatura) per cui dalla sua bocca non uscì che un “Ohh!” stupefatto quando intorno a lei cominciarono a materializzarsi fiamme azzurro violette. A quel punto Rosaspina, controllato con un apposito termometro che le fiamme fossero alle temperatura giusta, cominciò a buttarvi sopra ciocche di capelli (precedentemente tagliati) della sorella, pezzetti d’unghie e un composto fatto di scaglie di tartaruga, rospo e squame di pesce. Non appena le fiamme si furono alzate di mezzo metro, avvolgendo la povera Rosalba che se ne stava al centro del cerchio di fuoco con la bocca e gli occhi spalancati, la principessa cominciò ad intonare una nenia ossessiva e a girare vorticosamente intorno al cerchio. Compiuti sette giri in un verso e sette nell’altro si fermò di faccia a sua sorella e le gettò addosso un liquido lattiginoso di cui è bene non sapere gli ingredienti. Rosalba cacciò un urlo disumano contorcendosi in preda a spasmi di dolore; poi dalla sua bocca spalancata uscì una specie di nube nera formata da quelli che parevano minuscoli ragnetti. Le fiamme viola lambirono e bruciarono i ragnetti, spegnendosi subito dopo, non appena l’ultimo di essi fu bruciato. -Rosalba..?- Rosaspina si avvicinò alla sorella che s’era accasciata a terra sfinita. -Rosaspina…!- La principessa si guardò intorno.Piena di offesa dignità si rialzò da terra, spolverandosi la camicia da notte ridotta ad un cencio informe. Una chiesa sconsacrata, negromanzia….- uscì dal pentacolo scrutando con un certo disgusto la sorella - ti stai avviando su una strada oscura o cos’altro? -Ti liberavo dall’anatema. Ci tenne a precisare la fanciulla la quale s’era aspettata dei ringraziamenti e delle lodi almeno da Rosalba. -L’anatema…? Ah certo; veramente una cosa seccante. Ti ringrazio; vogliamo tornare al castello..mi sento un po’ stanca.- Incoraggiata da questi successi Rosaspina proseguì nei suoi esperimenti riuscendo in breve a liberare tutte le sue sorelle. Dopo i primi momenti di gioia, ognuna delle principesse tirò fuori il meglio del proprio carattere. Così vivere al castello divenne un inferno: le principesse erano tutte arroganti, presuntuose e litigiose. Non facevano che spendere soldi e lamentarsi, litigare e creare incidenti diplomatici. Bisticciavano furiosamente anche per accaparrarsi il miglior marito e più di un principe era stato strattonato fra Rosanna e Rosetta. A quel punto re Abbondio ordinò a Rosaspina di annullare i controincantesimi. Senza farsi troppo pregare la principessina eseguì l’ordine paterno. Vuoi che fosse un effetto collaterale, delle sue pozioni, vuoi il caso ma le sue sorelle erano diventate odiose. Ancora una volta Rosaspina dovette arrendersi all’evidenza che l’anatema andava vissuto così com’era concepito. Non le restava che provare ad evitare di dormire per cento anni consecutivi. Spronata da quest’idea si mise subito al lavoro. Passarono i giorni, trascorsero i mesi e la vita al castello riprese a scorrere come al solito. Re Abbondio aveva fatto d’ una questione d’onore (e di denaro) la sistemazione di tutte le sue figliole, le quali erano ritornate docili e tranquille, ma gli costavano lo stesso un capitale. Dopo i primi insuccessi aveva creato una “commissione pro anatema” al fine di studiare e ammortizzare ogni possibile effetto negativo delle maledizioni personali delle principesse. Dopo mesi di trattative, indagini, consultazioni, folli litigi, sfide a duello, finalmente la commissione ( il cui numero era calato da sessanta a trenta membri) aveva elaborato una strategia matrimoniale per ogni principessa. La prima a convolare a giuste nozze era stata Rosalba, la quale aveva l’indubbio vantaggio di avere un uomo già disposto a sposarla e a tenersela, smemorata com’era. L’unico terribile scoglio era dovuto al complicatissimo cerimoniale nuziale in uso presso la corte del promesso sposo, principe Leolando. Gli sponsali prevedevano che Rosalba ripetesse preghiere, cantasse, rispondesse ad alcune frasi di rito e addirittura componesse una preghiera. Non potendo sostituire la sposa, per ovvie ragioni, la commissione aveva deciso di sfruttare le ancelle/tutrici della principessa per farle diventare un coro greco; esse avrebbero parlato al posto di Rosalba. Ognuna si occupò di interpretare una parte della cerimonia e tutte insieme cantavano gli inni sacri raggiungendo livelli canori pari a quelli d’un coro lirico (piovvero difatti offerte di scrittura per le dieci fanciulle). Ne era risultata una cerimonia elegantissima e innovativa che aveva presto avuto delle imitazioni. In effetti, Rosalba aveva un’aria talmente eterea che non ci si poteva aspettare che potesse anche parlare. Incoraggiate ed esaltate dal successo le ancelle presero in mano la vita di Rosalba diventando il suo coro greco perpetuo. Ognuna di loro si specializzò in un ruolo. Ambra esprimeva frivolezza; era capace di intrattenere il principe solo parlando della forma di una collana. Esmeralda era quella poetica; al termine dei suoi discorsi il principe si gettava ai piedi della moglie ritenendosi l’uomo più felice e fortunato della terra. Zaffiro era l’energica addetta alle sgridate, Topazio la tragica, Rubina la capricciosa, Agata la saggia, Diamante l’elegante, Giada la mistica, Ametista la mondana, Acquamarina la lussuriosa, la quale andava ben oltre il suo dovere organizzando orge talmente varie e sopraffine da gettare qualche dubbio sulle origini dei suoi parenti. Tutte seguivano gli avvenimenti di corte ed erano sempre pronte ad entrare in scena al momento giusto non lasciando a Rosalba che la funzione di beata/beota marionetta dal bell’aspetto. Una volta sistemata la prima figlia, re Abbondio(coadiuvato dalla famigerata commissione) si dedicò alla più vecchia, Rosetta che contava ormai 25 anni e rischiava lo zitellaggio. Non essendo possibile farla smettere, per un solo istante, di ingollare cibarie il re emise un bando in cui si prometteva la mano della figlia al principe o nobile che fosse in grado di mangiare più di lei. Dopo molti infruttuosi tentativi (e pesanti esborsi da parte di re Abbondio il quale per rifarsi fu costretto a diminuire gli stipendi di tutto il suo seguito), finalmente il marchese di un lontano regno risultò essere afflitto da un anatema di gran lunga più terribile di quello di Rosetta. Fu amore al primo morso. Re Abbondio trascinò in chiesa figlia e genero, sequestrò un prete di campagna in viaggio di piacere e si ebbe un matrimonio lampo. Alle proteste del genero, marchese Vorace, sulla presunta taccagneria del re gli venne fatto notare che il banchetto di nozze si era svolto come preambolo e non c’erano viveri a sufficienza per soddisfare le esigenze sue e di Rosetta. Vorace ingoiò amaro (Lucano) e insieme alla sposa se ne partì per un lungo viaggio di nozze gastronomico. Incoraggiato dal successo il sovrano, questa volta fortemente coadiuvato dalla moglie ( mentre la commissione operava nell’ombra e nel più assoluto riserbo) trovò un’eccellente sistemazione per Rosalinda dandola in sposa ad uno dei re più avari delle venti contee. Con sua somma gioia, la fanciulla non aveva un attimo di tregua dovendo occuparsi di tenere in ordine un intero castello con tutti gli annessi e i connessi (incluso parco da trenta ettari) senza avere a disposizione che tre servitori. Era per lei fonte di immensa gioia crollare sul letto sfinita e dormire i sonni beati di chi sa che l’indomani potrà sfaccendare il doppio del giorno precedente. A dire il vero, nella sua famiglia si era sempre sentita piuttosto frustrata; la nuova sistemazione col principe Zecchino, era per lei, il coronamento d’ogni suo desiderio, e siccome era profondamente felice trovava anche il tempo, tre volte a settimana, per assistere i poveri della parrocchia. La commissione subì un forte rallentamento quando si trattò di decidere la sorte di Rosacroce. Molti erano dell’idea che una segregazione a vita fosse l’ideale, ma ci fu chi con estremo senso pratico (re Abbondio) propose semplicemente di mandarla come missionaria nei possedimenti nemici. Solo l’affetto materno della regina Rosa consentì alla commissione di prendere una decisione più umana, consentendo a Rosacroce di spostarsi in una zona di confine e fondare un ordine monastico di cui lei potesse, visto il rango elevato, essere la badessa. Re Abbondio fece costruire un bel convento: lo fornì del necessario e dei servi e salutata con profondo affetto la figliola se ne tornò a palazzo, Dopo i primi momenti di solitudine, essendo il convento decisamente vuoto, Rosacroce andò predicando per le strade riuscendo così a radunare intorno a sè un gruppo di laici bigotti, d’ambo i sessi, che accettarono di dar vita con lei ad un nuovo modo di vivere la fede. Il successo dei “fustiganti” fu rapido e dovuto all’abile manipolazione di uno dei primi seguaci di Rosacroce. Era questi un mercante, indebitato fino al collo, il quale vedendo predicare la principessa si accorse subito d’aver trovato una “gallina dalle uova d’oro”. Subito, si dette da fare per organizzarle conferenze e campagne promozionali. Per acquisire l'indulgenza plenaria bastava versare un obolo, in una speciale cassetta in ferro, e ascoltare i lunghi e spaventosi predicozzi di Rosacroce. La santona predicava di inferni atroci e di paradisi a misura d'uomo: convinti, molti si unirono a Rosacroce rimpinguando le casse del neo convento dei “fustiganti”. Riuscire a guadagnarsi la vita eterna sembrava essere una necessità primaria. E mentre Rosacroce predicava nelle piazze e nei pollai, proseguivano i preparativi di nozze delle sue sorelle. Per la principessa Rosanna non ci furono problemi ne discussioni; bastò indire un “concorso letterario”di cui fosse lei stessa premio e giuria (con notevole risparmio di fondi per il padre il quale ripristinò gli stipendi alla commissione). La sfida era talmente allettante, che molti principi e nobili si misero sotto a studiare per essere all’altezza di un simile fenomeno. Dopo mesi di folli sfide a colpi di inchiostro e calamaio ( con molti feriti e contusi, ma pochi morti) la gara ebbe termine quando Rosanna si incastrò a leggere la dichiarazione d’amore più bella, complicata e lunga che le fosse mai capitata davanti agli occhi. Dopo sei ore di lettura approfondita alzò rapidamente la pergamena sopra la testa gridando: lo sposo! Fu una cerimonia bellissima e anche questa di molto buon gusto. La regina, ricordando gli accorgimenti usati per Rosalba, regalò allo sposo un abito fittamente ricamato per di più scritto in una lingua che Rosanna aveva appena finito di studiare. Per tutta la durata della cerimonia Rosanna non riuscì a staccare gli occhi dal principe. In seguito, la regina si premunì sempre di spedire al genero vestiti fittamente ricamati (ognuno in una lingua diversa se non addirittura mescolate nello stesso abito); ogni abito era una lettera contente notizie da casa. Così Rosanna, oltre ad essere minuziosamente informata su quanto avveniva nel castello avito, era sempre segnata a dito come una sposa docile, sottomessa, studiosa e dotata di una venerazione tale per il marito da passare ore in sua contemplazione. Per Rosamunda il re, ansioso di risparmiare, indì il solito bando che attirò molti concorrenti. La bellissima principessa avrebbe sposato che le avesse costruito il castello/villa/magione in cui fosse riuscita a passeggiare senza che il suo piede trovasse inciampo. Dopo molti infruttuosi tentativi (con un’abile scusa il re confiscò tutte le case rivendendole ad un prezzo esorbitante), finalmente un celebre e rinomato architetto costruì un castello che si estendeva per ettari di terreno e che non aveva nessun gradino e nemmeno soglie. Il pavimento era liscio e affrescato con splendide figure, in modo che Rosamunda non riuscisse a sbattere la faccia fra le interconnessioni delle mattonelle. L’abile architetto, oltre a sposare la figlia del re ottenne subito un ingente numero di commissioni per case da costruire in ogni contea, reame nei dintorni e oltre. In pochi anni accumulò un patrimonio tale da poter concedere ai regnanti di venti contee prestiti a lunga scadenza senza risentirne minimamente (con somma invidia di re Abbondio il quale chiese al genero di poter formare una società con lui). La penultima e più difficile da sistemare era senza dubbio Rosella; come si poteva sistemare una figlia che aveva sedotto perfino l’arcivescovo del reame? La “commissione pro sistemazione figlie e/o principesse colpite da anatemi” propose di farle sposare un uomo paravento e di spedirla come spia nei territori nemici (una variante del piano per la sistemazione di Rosacroce). L’idea piacque molto alla principessa, ma non a sua madre la quale dovette essere sedata con vari tipi di tisane e tranquillanti per un periodo di due anni. Detto fatto si trovò un ricco nobile residente nel reame, da secoli in lotta col casato reale. Il re brigò, falsificò, corruppe fino ad ottenere la resa del famigerato barone il quale accettò di sposare la bella fanciulla solo dopo che re Abbondio ebbe fatto onore a qualche sua richiesta personale: ampliamento della baronia, restauro del castello avito, aumento della dote della sposa, cerimonia a carico del sovrano, titolo ereditario fino alla novecentonovantanovesima generazione, posto accanto al re in tutti i banchetti feste e/o affini, immunità diplomatica e altre cosucce simili. La cerimonia fu breve e modesta (il re s’era svenato a sufficienza per permettere ulteriori sprechi). La Principessa era sposa da meno di ventiquattro ore e già era finita orizzontale nonchè verticale, con metà del seguito del marito. Prima di partire per la sua nuova vita, andò personalmente a portare le informazioni estorte al nemico e a ringraziare il padre per lo stupendo matrimonio che le aveva combinato. In tanta felicità l’unica ad essere molto scontenta, se non furibonda era la giovane Rosaspina, la quale forte dell’aiuto materno aveva spesso tentato di sabotare i matrimoni delle sorelle. Ormai quasi diciottenne dimostrava a tutti (quelli che per puro caso non lo conoscessero) il suo carattere ribelle e intollerante delle ingiustizie e dei mali del mondo. Quei matrimoni erano per lei un’orribile farsa. Spesso aveva rimproverato genitori e sorelle di accettare di buon grado gli anatemi. Lei era per una tattica dura. Più d’una volta erano riusciti ad impedirle di evocare la fata nera. Rosaspina aveva imparato a memoria formule e riti e bisognava stare attenti a non perderla di vista per più di venti minuti altrimenti in un batter d’occhio disegnava a terra un pentacolo e cominciava con gli scongiuri. Durante il matrimonio di Rosetta era riuscita a comporre un pentacolo con dei bignè alle creme miste; per fortuna/sfortuna la sposa era passata a salutarla e mentre la baciava aveva ingollato sette dolcetti spezzando il pentacolo. Rosaspina era stata portata via a forza. -Le parlerò, le dirò il fatto suo e la dovrà capire…!- Gridava dibattendosi fra le braccia delle ancelle /guardie del corpo create solo per lei. A nulla serviva spiegarle che la fata nera provava un gusto folle nell’infliggere anatemi; niente, Rosaspina insisteva. Non riuscendo ad evocarla le mandava infuocate lettere piene di sdegno; non sapeva che anche il servizio postale era in combutta con suo padre e che le sue missive venivano prontamente gettate nella fornace. Re Abbondio aveva provato a far sposare anche la sua ultima figlia, ma aveva incontrato la netta opposizione di Rosaspina la quale affermava di volersi sposare solo dopo aver sciolto definitivamente tutti gli anatemi, compreso il suo. Però con la strega non poteva parlare e per tutto il castello e dintorni non esistevano fusi neanche a pagarli a peso d’oro. Frattanto la data del suo diciottesimo compleanno si avvicinava; presto si sarebbe punta con un fuso e avrebbe dovuto aspettare cento anni che uno sconosciuto si decidesse a darle un sacrosanto bacio. L’idea che un tizio qualsiasi dovesse avere tra le mani il suo destino la innervosiva parecchio, per questo si mise a rimuginare su una soluzione più accettabile. Dopo aver scartato ogni sorta di temerario e assurdo piano fu proprio da sua sorella che le venne l’aiuto. Rosella era di passaggio al castello, come si poteva notare dal numero di servi e garzoni semi discinti in ogni angolo del palazzo, per presentare al padre un rapporto di tutto quella che aveva scoperto durante la settimana. La principessa era stata costretta, dalla mole di lavoro, a prendere tanti di quegli appunti da dover fare molto spesso rapporto al padre. L’idea di unire l’utile al dilettevole riempiva Rosella di orgoglio e soddisfazione. Re Abbondio trovava la cosa oltremodo vantaggiosa, specie per le casse dello stato, che sirimpinguavano a vista d’occhio; la commissione “pro anatemi” era stata riciclata in “commissione pro ricatti & compromessi”. Rosaspina si fece due conti, in senso figurato (non avendo le cognizioni scientifiche e le abilità manuali della sorella), comprendendo che il segreto del successo di Rosella era facilmente sfruttabile a proprio vantaggio. Così nei giorni seguenti prese a civettare velatamente(aveva chiesto spiegazioni alla sorella e faceva la metà di quello che le era stato detto) con tutta la popolazione maschile del castello, escluso il re. I maschi si passarono subito parola, se buon sangue non mente forse la principessa Rosaspina poteva eguagliare se non superare le eccelse doti di sua sorella. La fanciulla non si contentò d’aver messo in subbuglio la corte; con la scusa di un fantomatico anniversario organizzò una festa danzante della quale compilò personalmente la lista degli invitati. Il re, sebbene piuttosto seccato (sempre per problemi di finanza), la lasciò fare; magari Rosaspina si sarebbe trovata subito un marito riuscendo a evitare o ritardare il proprio anatema. Così una bella sera d’inizio primavera ben cinquanta fra nobili e principi si trovò riunita nella sala da ballo del castello; gli invitati si guardarono l’un l’altro piuttosto dubbiosi…non c’erano che uomini fra loro. L’orchestra attaccò una marcia trionfale e dallo scalone centrale fece il suo ingresso la principessa Rosaspina scortata dai genitori. Gli occhi degli astanti si puntarono sulla fanciulla la quale indossava un magnifico abito di velluto azzurro trapunto di stelle d’argento. Anche i lunghi capelli biondi erano fermati sul capo da stelle d’argento. Subito un dei principi si fece avanti invitando Rosaspina a ballare; la fanciulla oltre ad essere molto bella aveva uno splendido portamento e danzava leggera come fosse una farfalla. Un ballo dopo l’altro i giovanotti se la contesero fino a mattino. Rosaspina si fece un punto d’onore di civettare con tutti e cinquanta. Due settimane dopo, la principessa s’inventò un altro anniversario e indì una nuova festa con altri cinquanta fra nobili e principi del reame accanto. Tutto si svolse come la volta precedente e Rosaspina si godette altre due settimane di riposo prima di scovare un ennesimo anniversario. Con immensa preoccupazione, per i cordoni della borsa, re Abbondio non riuscì ad impedire alla figlia di dare feste per un anno intero. E venne il giorno del compleanno di Rosaspina; lei stessa si organizzò un ricevimento fantasmagorico riuscendo ad occupare l’intero parco reale (novanta ettari di terreno). Quel giorno scelse un abito di seta verde che le faceva risaltare l’incarnato e i bellissimi capelli. Anche in quell’occasione trovò il tempo per civettare, promettere, giurare, sorridere, baciare e permettere audaci carezze (questione di punti di vista) a tutti i principi. La festa, durata una settimana, lasciò tutti i giovanotti in piacevole aspettativa; la principessa aveva promesso di rivelare di lì a giorni il nome del suo sposo. A quel punto Rosaspina si mise tranquilla attendendo. Tutto procedeva come aveva stabilito. Ad un mese esatto dal suo compleanno, mentre curiosava nelle soffitte del castello s’imbattè casualmente in una vecchina che filava. -Cara vecchina, cosa state facendo?- Le chiese per nulla incuriosita avvicinandosi. -Sto filando…- la vecchina, pesantemente truccata con gli ultimi colori alla moda, le sorrise- …vuoi provare? Rosapina le sorrise ben consapevole, poi preso in mano il fuso la guardò con aria di sfida. - Perché no?- Pensava che dopo anni di duri allenamenti forse ce l’avrebbe fatta a filare quel tanto che bastava a stornare l’anatema. Non aveva neanche cominciato a filare che la lana s’impigliò nel fuso e nel tentativo di districarlo la fanciulla si punse. La vecchina scoppiò in una fragorosa risata. Rosaspina le gettò uno sguardo ironico/furioso poi crollò a terra esanime. In un lampo di luce. la vecchina si trasformò nella perfida fata Nigeria elegantemente avvolta in un abito di lamè rosa shocking bordato di piume di struzzo rosso carminio. Ancora una volta aveva trionfato; era riuscita a stregare l’intera famiglia reale. Si complimentò con se stessa precipitandosi all’ufficio per l’assegnazioni di premi trofei e affini. Da secoli mirava ad aggiungere un altro trofeo alla sua collezione; ne aveva trentasei assegnati per la strega peggio vestita, quindici per la peggio truccata, uno per la costanza nell’accanirsi su una stessa dinastia, ottantasei per l’abilità nello scatenare risse, uno al fascino femminile. La fine di Rosaspina era il culmine della sua brillante carriera. Ma la principessa aveva dato istruzioni dettagliate. Mancando di presentarsi dopo un’ora dalle ancelle/guardiane, essa fecero rapporto alle guardie reali che si sparsero per il castello cercandola in ogni luogo, dalle stalle alle torri più alte. Fu un giovane soldato a rinvenire il corpo esanime della giovane. La fanciulla era così bella con il viso disteso in quel sonno innaturale, che il giovane si chinò a baciarla. Rosaspina non si svegliò, mugolò, si mosse ma niente di più. A quel punto il soldato, come da istruzioni la portò in una elegante camera da letto preparata per l’occasione. La stanza conteneva solo un favoloso letto a baldacchino nella quale la principessa fu adagiata in bella mostra; la sarta le sistemò il vestito, la parrucchiera aggiunse forcine all’acconciatura e la truccatrice le spennellò il volto con un’impalpabile velo di cipria profumata. Tutto era pronto da mesi. Alla stanza si accedeva per un ingresso riservato che evitava le sale del castello. Una meravigliosa scala, si snodava in un’ampia spirale, ornata da una galleria di vegetali e splendidi fiori così da dare l’impressione di attraversare un selvaggio e magico giardino. Di lì a poco quaranta messi reali partirono al galoppo per affiggere in tutte le piazze del reame e oltre, un volantino in cui si proclamava che la principessa e tutto il suo regno sarebbero andati a quell’uomo che l’avesse svegliata dal suo sonno magico con un bacio. Il proclama non era affisso da un’ora che già gli uomini si spintonavano su per la scala che conduceva alla camera da letto. Frattanto la fata Azzurra che si era precipitata al castello per avvolgerlo in un incantesimo protettivo si trovò di fronte ad una situazione ben diversa dalle scene di panico e dolore che s’era aspettata. Sbigottita chiese informazioni ai giovanotti,allupati, in paziente attesa davanti alla scalinata che conduceva alla stanza della principessa, una lunga fila si snodava lungo i viali del parco reale. Stava quasi rimettendosi dallo choc quando un tramestio improvviso si levò dalla folla dei giovanotti. Ad un balcone splendidamente decorato da magnifici fiori, si affacciò Rosaspina viva e vegeta mano nella mano ad un magnifico e aitante manovale. - Il grande amore...- pensò sarcasticamente la fata osservando la gioia negli occhi del neo principe, i cui poderosi muscoli erano tesi sotto la camiciola stinta. La principessa Rosaspina accettò molto volentieri di sposare l’aitante manovale, qualcosa in lui l’aveva fortemente colpita. Re Abbondio però piantò subito una gran storia tanto che a nulla valsero le suppliche dei suoi parenti. Così Luigi, il neo principe, un giovanotto molto sicuro di sé ed estremamente volitivo, preso in disparte il re seppe convincerlo a modo suo. Non erano trascorse ventiquattro ore che dagli archivi reali sbucava fuori una pergamena comprovante antichi natali alla famiglia di Luigi (per gli amici Giggi). Però al suo matrimonio, per non fare parzialità, furono invitati tutti, inclusi contadini e pecorari. L’ospite d’onore fu senz’altro Nigeria mandata a prelevare direttamente nella sua magione da un cocchio e una scorta d’onore. Infine la principessa Rosaspina e il suo sposo vissero felici e contenti senza più anatemi pendenti. |