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| C’era una volta un mugnaio, vedovo, che aveva tre figli. Un giorno sentendo vicina la propria fine, li chiamò al proprio capezzale per spartire fra di loro i propri beni. - A te, mio primogenito… disse porgendo la mano grassoccia verso il giovanotto lascio in eredità il mulino… Il ragazzone, così simile all’amato padre, emise un grugnito d’assenso allentando una vigorosa manata sulle spalle del moribondo. - Grazie…pa’….ci penso io…stai tranquillo! Ciò detto si accomodò sull’unica poltrona presente nella stanza, poggiando i piedi sul tavolino. |
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| Il mugnaio tossì scatarrando vigorosamente, al che il suo secondogenito si precipitò ad offrirgli una pinta di buona birra d’orzo. Non appena il genitore ebbe trangugiato l’aromatica bevanda (condendo il tutto con un sonoro rutto) il giovanotto gli agguantò una spalla strattonandogliela vigorosamente … a me, a me padre cosa lasciate? Domandò con stampato in faccia un sorriso giocondo. Il genitore lo guardò, a metà fra il vago (era vagamente sbronzo) e il truce, poi svincolandosi dalla morsa filiale, che lo bloccava al muro in posa vagamente coercitiva esclamò - …l’asino…avrai l’asino! Poi strabuzzò gli occhi accasciandosi sul letto: ronfava come un mantice. Il secondogenito guardò con stizza il fratello maggiore; stava per avventarglisi contro allorché Robin, il fratello minore, si appressò al talamo paterno con aria circospetta. Scrutò attentamente i fratelli e poi scosse delicatamente il dormiente sussurrandogli tenere sdolcinatezze…. Dopo mezz’ora di questa solfa i fratelli lo avevano piantato in asso mentre il padre continuava a dormire della grossa. A quel punto il giovane cambiò tattica. Infilatosi in cucina mise una padella sulla stufa rovente, facendovi sciogliere un bel pezzo di lardo. Quando quest’ultimo cominciò a sfrigolare vi gettò sopra una sugosa salsiccia facendola dorare condita da una manciata di cipolla e una spruzzata di finocchietto; non appena fu pronta la schiacciò ben bene e vi cosse sopra un uovo all’occhio di bue. Quando l’albume fu ben rappreso tolse la padella dal fuoco e preso un piatto dalla credenza vi fece scivolare l’uovo. Aveva appena poggiato la padella nell’acquaio, quando dalla stanza interna si levò la voce supplichevole del moribondo - …Roobiiin…Rooobiiin…lo stomaco…! - Vengo padre! - Il giovane mise il piatto su un vassoio assieme a quattro fette di erto pane casareccio. Quando fu pronto si diresse nella stanza paterna. L’anziano mugnaio si era faticosamente (per via della pancia e della gotta) tirato a sedere e con aria famelica scrutava l’ingresso della stanza attendendo l’arrivo del figlio. L’uomo si era legato il lenzuolo al collo, a mo’ di tovagliolo; rivoli di bava gli colavano ai lati della bocca. Robin non disse nulla; entrò col piatto fumante e lo fece passare davanti al viso del padre. I due si guardarono studiandosi reciprocamente. - …il mulino…? Provò a suggerire il padre con le narici frementi per l’odore emanato dalla pietanza. - L’avete già assegnato a vostro figlio maggiore rispose noncurante Robin facendo l’atto di spezzare il pane. - L’asino…l’asino…- sbavò l’uomo ormai al parossismo della sofferenza. Il giovane intinse il pane nel piatto ritirandolo sgocciolante di sughetto profumato. - …va bene…va bene…avrai il gatto…- sospirò rassegnato il mugnaio tendendo le mani grassocce verso il vassoio. Robin glielo pose davanti e tutto soddisfatto se ne andò. Bisogna sapere che il figlio minore del mugnaio era un gran scansafatiche e la sola idea di poter ricevere in eredità l’asino o il mulino gli faceva accapponare la pelle, per questo aveva lasciato che i fratelli si prendessero per primi la loro parte. Il giovane aveva già in mente di scegliere il gatto! L’animale in questione era un bell’esemplare di oltre sei chili dal fitto e lungo pelame nero con la ben meritata fama di abile cacciatore, e non di topi. Perciò il giovane non si dette pensiero e non appena l’animale in questione tornò tenendo fra le zanne un coniglio si affrettò a sfilarglielo e cucinarselo in salmì. Il gatto riuscì a beccarsi solo le interiora e le ossa spolpate, tanto che quella sera dopo molti anni, dovette acchiappare alcuni topi per riempirsi la pancia. La faccenda si ripetè per un paio di giorni finchè il felino stufo, e anche seccato, non zompò sulla pancia del neo padrone soffiando paurosamente. - Vediamo di venirci incontro ! Propose il giovane cercando di staccarsi dalle spalle gli artigli affiliati del gatto. Tu trovami una ricca sistemazione e io ti prometto arrosti e leccornie a tutte le ore del giorno, un cuscino di velluto sistemato davanti al fuoco e gattine a noia. Il felino rimase interdetto e incuriosito dall’allettante proposta. Staccatosi dalla camicia di Robin chiese di pensarci su e voltatosi si ritirò sul pagliericcio che da anni era il suo giaciglio (scarafaggi stercorari lo visitavano abitualmente per rifornirsi). Il giorno seguente mentre Robin, con uno dei suoi abili stratagemmi, scroccava la colazione ad uno dei suoi fratelli, il gatto fece un sopralluogo nei dintorni tornando con un fagiano. Il giovane si stava ingozzando con l’ennesima frittella al miele, allorché scorse la lunga coda della sua eredità. A quel punto si congedò dal congiunto e sgattaiolato alle spalle del felino lo acchiappò per la collottola e gli sfilò di bocca il fagiano. Il gatto soffiò ferocemente drizzando il pelo ed estraendo gli artigli. Ma Robin lo teneva sospeso in aria ben lontano da sé. Non ti inquietare, ti ho tolto il fagiano di bocca per darti la possibilità di comunicarmi le tue decisioni il ragazzo fece dondolare nell’altra mano il grosso volatile. Il felino soffiò e si divincolò per altri venti minuti; poi esaurito il repertorio si arrese. Aveva già ponderato la situazione e deciso di associarsi con l’umano tutta questa cacciagione proviene dal bosco qui vicino - disse - se tu ne omaggiassi il re, facendoti conoscere come un facoltoso signore, sarebbe costretto, prima o poi a ricambiarti. Robin lasciò andare il gatto che ripresa la preda cercò di defilarsi in un angolo tranquillo. Il giovane ci rimuginò sopra tanto a lungo che gli venne di nuovo fame; così appiccò fuoco ad un mucchio di paglia. Il fratello maggiore vedendo tutto quel fumo venire dal granaio si precipitò fuori a spegnere l’incendio. Mentre lui usciva Robin entrava portandosi via la sua cena; lasciò tutto in disordine, per dare l’impressione che il gatto fosse responsabile del ladrocinio. Ancora una volta il fratello maggiore abboccò; visto le scempio si precipitò a legnare il gatto il quale aveva appena cominciato a spiumare il fagiano. Tanto per non sprecare nulla Robin, si cucinò pure il fagiano aggiungendolo alla ricca cena. Era trascorsa una settimana da quando il mugnaio era passato a migliore vita (non dal punto di vista gastronomico) schiantato da una formidabile indigestione, e già la vita di Robin si tingeva di rosee prospettive. Sapientemente ricattato ed elegantemente rivestito (da un cappello di feltro guarnito di piume rosse e da un lucido paio di stivali ), il gatto portava ogni giorno al re ora un coniglio, ora due pernici, ora un fagiano gentilmente omaggiati dal marchese di Carabà (un elegantissimo nome per cui Robin aveva passato pomeriggi insonni). In un primo tempo il re si era stupito, di tanta generosità, ma poi aveva finito con l’accogliere con molto piacere le visite di quell’elegante felino. Robin pazientò per un mese finchè il re non cominciò a spedirgli ricchi regali e inviti a cene e feste; quindi dette l’avvio alla seconda parte del piano. Ogni domenica mattina il re si recava , con la figlia, a fare una passeggiata in una città dei dintorni. Così una domenica il giovane attese che la carrozza fosse a portata di voce, poi spogliatosi si gettò nel fiume implorando a gran voce il soccorso. Il gatto, obbligato complice, si precipitò a fermare la carrozza reale. - Presto, presto vostra altezza esordì il gatto che ormai aveva una certa familiarità col sovrano il mio illustre padrone è stato derubato dai banditi e gettato nel fiume! - Bisognerà chiamare i pompieri! Esclamò eccitata la principessa che pur di riuscire a vedere qualche baldo giovanotto aveva appiccato due volte fuoco alla sua stanza, finto tre furti e assistito ad una cifra impronunciabile di parate militari. - Tesoro, come sei premurosa, altruista e generosa! - Il re le carezzò dolcemente la mano. La principessa era ancora, per lui, la sua tenera e dolce bambina di dieci anni prima. Ci penseranno i nostri lacchè a salvare il marchese di Carabà. La principessa sospirò stancamente, quindi scesa dalla carrozza cercò di fare imbizzarrire i cavalli. Per sua sfortuna il cocchiere, uomo navigato (aveva un passato da pescatore), scese dal sedile a acchiappati i cavalli li calmò con carezze e zollette di zucchero. Nel frattempo i lacchè reali avevano ripescato il presunto marchese e l’avevano avvolto in una reale coperta di lana. - Portiamolo alla sua dimora propose il re scrutando preoccupato il giovanotto fradicio e tremante. - Portiamolo a palazzo! Propose lasciva e interessata la principessa scrutando il bel volto di Robin e le sue forme che si intravedevano, casualmente, dalla coperta. - Meglio a palazzo reale…!- Insistette il gatto pensando alla ricompensa promessagli da Robin in caso di successo. - Si, dobbiamo scaldarlo subito…- insistette la principessa issandosi sulla carrozza e trascinandovi il giovane. - ….solo per farvi piacere…- accondiscese il ragazzo quasi sdegnoso. In meno di un’ora il marchese di Carabà fu alloggiato in un appartamento nell’ala est del palazzo reale. La sistemazione piacque immediatamente a gatto e padrone (il gatto aveva difficoltà ad acciambellarsi davanti al fuoco con gli stivali; riuscì però a levarsi il cappello) che decisero di comune accordo di approfittarne il più possibile. Anche la principessa decise di approfittarne e con la scusa di applicare un cataplasma caldo sul petto del giovane, irruppe nella di lui stanza sfoggiando un vaporoso e scollato abito primaverile. Robin si finse molto sofferente e non mancò di gemere mentre la principessa gli applicava il cataplasma caldo. Vuoi il caso, vuoi l’ingenuità (in realtà il cataplasma era bollente), la principessa fraintese l’origine dei gemiti del marchese e si slanciò baciandolo appassionatamente. Robin finse una certa sdegnosa ritrosia poi si concesse al richiamo della passione. Fra le voglie di Robin e l’astinenza della principessa ne nacque un’orgia che terminò all’alba del giorno seguente. La mattina seguente, il re venne a sapere che l’ospite era così malmesso da non avere potuto toccare cibo, e che sua figlia, nel disperato tentativo di curarlo aveva passato la notte in bianco. Solo verso mezzodì, entrambi pallidi e sfiniti, avevano potuto prendere sonno. Nonostante l’apparente robustezza, la malattia del marchese sembrava peggiorare di giorno in giorno. La principessa si prodigò in ogni possibile maniera non concedendosi che qualche visita alla sarta, una decina di parate militari, un paio di feste, e tre anteprime teatrali. Ormai non viveva che per Robin, per fargli riacquistare la salute, la voglia di vivere. Dopo quindici giorni, finalmente, il povero marchese di Carabà si ristabilì quel tanto che gli avrebbe consentito di ritornare al castello avito. Di buon mattino (circa le 11.30)il suddetto si presentò, nella lussuosa sala del trono ad omaggiare il re. Rivestito a nuovo, con qualche chilo in più e uno splendido colorito aveva veramente un’aria da marchese. Quei quindici giorni a palazzo gli avevano conferito anche la giusta dose di arroganza e disinvoltura che ben si accordavano alle sue presunte nobili origini. Insomma nessuno avrebbe riconosciuto in lui il rozzo figlio di un mugnaio. Il re lo guardò compiaciuto - merito delle cure della mia bambina! Sorrise il sovrano guardando con occhio benevolo la principessa, la quale ostentava un’aria di virtuosa soddisfazione. Quei quindici giorni avevano fatto rifiatare il corpo dei pompieri, quello di polizia e gli armigeri reali (incluse le sentinelle) i quali vedevano con profondo rammarico la partenza del bel marchese. Il suddetto marchese ringraziò, si congratulò, parlò a vanvera per buoni quaranta minuti e infine si congedò. Montava con superba eleganza, un magnifico stallone nero, regalo del re, che faceva risaltare il mantello di velluto arancione dono della principessa. Essendo molto poco esperto, per evitare magre figure mantenne l’animale al passo, tanto che rimase a portata di voce per un’ora e passa impedendo alla famiglia reale di allontanarsi dal portone del castello. Quando finalmente fu fuori vista scese rapidamente da cavallo (fu disarcionato) e proseguì verso il mulino, rimuginando. Nel frattempo il suo gatto (con gli stivali) si era procurato la cena ed edotto da situazioni precedenti, la consumava in separata sede prima di presentarsi dal padrone. Frattanto al mulino i fratelli di Robin, dopo una giornata di duro lavoro, stavano giusto discutendo (sedie volavano e la tavola fu rovesciata insieme a tutto il vasellame ) sulla strana sparizione del giovane concomitante con quella di parecchie cibarie, allorchè il suddetto, dopo aver nascosto cavallo e mantello si era presentato alla porta della casa paterna. Fiutata l’aria di tempesta ed essendo, momentaneamente, a corto di idee, attese che i fratelli si coricassero poi si introdusse in casa facendo man bassa di tutto quanto potesse entrare nel suo stomaco: all’alba ancora mangiava. Stava per attaccare un prosciutto stagionato quando sentì i fratelli muoversi al piano superiore. A quel punto si eclissò velocemente facendo una puntatina nella stalla dove il fedele gatto (con gli stivali) si era rifugiato. - Mi serve un bel palazzo per fare definitivamente colpo sul re disse sbracandosi sulla paglia accanto al gatto fatti venire un’idea se ci tieni a quel tuo posto sul cuscino. Gli occhi gialli del gatto incontrarono quelli chiari di Robin. - Ti manca tanto così ..- gli ricordò il giovane scrutandolo avidamente - per goderti la vita per sempre!- Il felino tacque rimuginando: tutto sommato l’idea di sistemarsi non gli dispiaceva. Tutta quella noiosa faccenda degli appostamenti di ore, dello scatto felino, la lotta impari solo per il gusto di addentare un coniglio o un fagiano, al massimo una pernice, o un tordo, lo stavano decisamente stancando. Poteva trascorrere così miseramente il resto della sua vita? Non gli offriva forse quel giovane l’occasione di dare una svolta positiva alla sua miserabile esistenza? Non si viveva forse cercando di migliorarsi? Poteva la vita di un gatto essere solo dedita alla mera sopravvivenza giornaliera? Stava ancora rimuginando su alcuni basilari interrogativi, allorchè Robin lo acchiappò per la collottola scuotendolo vigorosamente. Il gatto rizzò il pelo, strinse gli occhi spalancò la bocca e sguainò tutti i suoi artigli soffiando paurosamente. - Ah…- sbadigliò noncurante Robin lanciandolo a terra pensavo dormissi. Nella mente del gatto ogni dubbio , ogni questione personale, filosofica, teologica ed escatologica, svanirono; una cosa sola importava. Un’importante e decisiva missione gli restava da compiere; sistemare al più presto l’amato(?) padrone con la principessa. Quale vendetta migliore? Infilati stivali e cappello partì di gran carriera. |
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| Nel frattempo, a palazzo reale, la principessa diventava di ora in ora più nervosa. Il giovane marchese aveva fatto breccia nel suo cuore (si può chiamare anche così) ed essa non sapeva darsi pace all’idea di non poterlo rivedere al più presto. In preda al desiderio e allo sconforto, appiccò fuoco al suo vecchio(della passata stagione) guardaroba. Le fiamme divamparono talmente alte che i pompieri riuscirono a vederle dalla caserma. A quel punto sorteggiarono una squadra di “volontari”. La principessa nel frattempo cominciò a chiedere aiuto, a sbracciarsi, tentò un paio di svenimenti ma visto che i soccorsi , inspiegabilmente, tardavano, fu costretta ad aprire un'altra tanica di benzina per poter alimentare il fuoco. Mentre la vita della giovane principessa era in pericolo(?), Robin stava imparando a cavalcare con straordinaria abilità e versatilità riuscendo in breve (dodici ore continuate) ad avere un perfetto controllo del destriero. Quando fu sicuro della propria abilità sciolse, una alla volta, le dieci corde che tenevano l’animale ancorato al terreno. Il cavallo era talmente stremato che accettò qualsiasi cosa incondizionatamente; avrebbe ballato anche la tarantella se Robin avesse voluto. Quanto al gatto (con gli stivali e il cappello), era partito per il tour delle “sette contee” in cerca di una villa o castello il cui padrone fosse facilmente sfrattabile o disposto al sub affitto. Aveva percorso sette leghe, allorché gli si parò innanzi un castello piuttosto imponente col solo difetto di essere un tantino tetro e situato nel bel mezzo di una fetida e deprimente palude. Senza minimamente perdersi d’animo, il gatto si rivolse al più vicino ufficio turistico dove venne a sapere che l’immobile era di proprietà di un orco, ultimo rimasto di nobile famiglia decaduta, piuttosto lunatico e scontroso . Al gatto si arricciò il pelo alla prospettiva di far visita ad un orco e stava per defilarsi quando poi gli venne in mente che sicuramente il suddetto che si sarebbe comunque dimostrato più comprensivo di Robin. Quindi preso il coraggio a quattro zampe (non possedeva le famose due mani) s’infilò nella tana del mostro. La famigerata tana si presentò ben presto come un autentico castello risalente al medioevo con aggiunte postume in vari stili che pur si armonizzavano col corpo centrale; una serie infinita di scale e passaggi confondevano subito l’inesperto visitatore. Il gatto girò per un po’ cercando di valutare accuratamente le dimensioni del castello ed eventuali lesioni più evidenti, concludendo infine che l’immobile poteva tutto sommato risultare un buon acquisto. Convinto dell’affare si mise in cerca dell’orco, cosa per cui non dovette minimamente faticare; difatti non aveva fatto che poche zampate quando la voce stentorea nonché poderosa dell’orco risuonò nei corridoi scarsamente illuminati. Il gatto con gli stivali, stava per ritornarsene sulle sue impronte, quando il pensiero di tornare da Robin a zampe vuote gli fece rizzare i peli. Optò per il male minore e cercò l’orco. Nel medesimo istante questi se ne stava a naso in aria fiutando in giro. - Ucci, ucci…naso fino…sento odor…- l’orco rimase un attimo dubbioso poi continuò il ritornello coniato migliaia di anni prima dal capostipite della sua famiglia -…sento odor…di… vitello! - Esclamò con falsa sicumera: essendo un orco solitario e casalingo era abituato solo agli stufati di verdura preparatagli da una vecchia megera lasciatagli in eredità dal padre. - Non è vitello! Gli gridò dalla cucina la succitata megera. L’orco, un pezzo d’omone alto due metri e novanta e largo la metà, sbuffò in silenzio alzando gli occhi al soffitto (screpolato). - Ucci ucci…naso fino…sento odor di… coniglio..! - Insistette l’orco. - Non è coniglio! - Ribattè nuovamente la megera rimestando lo stufato di porri e fagioli. L’orco si trattenne a stento ringhiando sottovoce. - Ucci…ucci…naso fino…- ricominciò caparbio. Nel frattempo, il gatto, seguendo la voce, era giunto nella stanza dell’orco. A vederselo davanti in tutta la sua mostruosità ebbe quasi un ripensamento, ma l’occhio dell’orco cadde su di lui scrutandolo con indifferenza. - Ucci, ucci …naso fino..- il mostro si fermò guardando il gatto nero che lo scrutava con occhi gialli colmi di spavento. - Secondo te, che odore sento? sussurrò l’orco avvicinando le sue poderose mascelle al gatto. Quello divenne una palla di pelo (con gli stivali), poi sibilò mi fai paura, trasformati in qualcosa di più piccolo e te lo dirò. L’orco, nonostante i problemi d’olfatto, era bravissimo con le trasformazioni solo che non aveva ben chiaro il concetto di piccolo per cui si trasformò in un rinoceronte. Terrorizzato il gatto si nascose sotto una cassapanca. A quel punto l’orco comprese di non aver scelto bene, perciò divenne una zebra, un orso, un coccodrillo, un alano… Il gatto però, nonostante la polvere e le ragnatele, rimase ostinatamente sotto la cassapanca. Frustrato l’orco riprese le sue sembianze naturali; il felino si arrampicò sulla tenda di stinto broccato rosso. Era sporco di polvere, gli stivali pesanti e starnutiva vigorosamente. - Allora dimmelo tu in cosa mi devo trasformare insistette l’orco spazientito. - La cena è pronta! - Urlò la megera dalla cucina. - In un topo! - Esclamò il gatto in un lampo di genio. L’orco, stanco e affamato si trasformò, subito, in un delizioso topolino bianco. Non aveva ancora completato la trasformazione che il gatto gli fu addosso divorandolo in un sol boccone. - La zuppa si raffredda Strillò la megera. - La mangio subito! Propose il gatto presentandosi alla vecchia, e siccome questa era guercia non si accorse di nulla. Terminato il pasto pantagruelico, il gatto scese in paese dove reclutò pittori idraulici, muratori, giardinieri e personale di servizio. Poi lasciata la faccenda nella capaci mani della megera, si recò a portare la buona nuova a Robin. Questi dal canto suo non era rimasto inoperoso e oltre ad aver scroccato alcuni pasti al prete, uno al re e vari ai paesani, era diventato un cavallerizzo talmente esperto da riuscire a rimanere in sella quando il cavallo galoppava. Appena tornato il gatto con gli stivali (ma senza cappello) gli riferì della sua recente acquisizione immobiliare. Il giovane ringraziò calorosamente il gatto ( una vigorosa grattatina dietro le orecchie) e dopo averlo ripulito lo spedì dal re per invitarlo a visitare il suo castello appena restaurato. Inutile aggiungere che il giovane Robin sposò la principessa, la quale esattamente nove mesi dopo partorì quattro gemelli maschi. Il gatto potè finalmente togliersi gli stivali, ebbe il suo cuscino davanti al caminetto, un esercito di gattine e una domestica che lo servisse e riverisse a tempo pieno. Robin si sistemò benone nel suo nuovo castello e per non stancarsi troppo istituì un corpo di giovani guardie volontarie che custodisse la sua sposa. Frattanto i fratelli di Robin non erano stati in ozio: avevano impalmato due sorelle, Nora e Lora, che gli avevano portato in dote ottocento ettari di terreno. Questo gli permise di costruire altri mulini e ottenere il monopolio sul macinato. Il re si stabilì in una stazione balnerare, ben lieto di abdicare in favore del genero. Così vissero tutti felici e contenti. |