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| C’era una volta, tanto tempo fa, un bel castello bianco che sorgeva in cima ad una collina. In questo palazzo abitavano un re buono e gentile, ma piuttosto distratto, e la sua regina la splendida Biancofiore. Avrebbero potuto essere felici, ma la regina si crucciava di non poter aver figli. Ogni giorno andava in chiesa a pregare affinchè suo marito si ricordasse di compiere i suoi obblighi reali. Ogni giorno coglieva gran mazzi di fiori, nel giardino reale, e li portava nella cappella (reale). Dagli oggi e dagli domani, in capo ad un anno la chiesa pareva una serra, il giardino un deserto, la regina manifestava la comparsa di strani sintomi (artrite alle ginocchia, allergia ai pollini, mani ruvide e squamose) e il giardiniere spagnolo cominciava a spazientirsi. Blanco, il giardiniere, era un “caliente” spagnolo amante sfrenato della natura, che mal sopportava di vedere i suoi splendidi fiori imputridirsi nei vasi di cristallo della cappella reale. Così un bel giorno, giunto a saturazione, si fece ricevere dalla regina per dirgliene quattro; finì per dirgliene otto, e siccome si trovavano d’accordo su molte cose (?) stabilirono di incontrarsi il giorno seguente in giardino. Il mattino appresso, mentre il sole splendeva e gli uccellini cinguettavano, Blanco mostrò alla sua augusta sovrana le rose, le viole e pure i fiordalisi. La regina era un’amante della natura e avrebbe gradito vedere anche un campo di grano, ma dovette rinunciarvi poiché non era stagione. Passarono i giorni, trascorsero i mesi e subito si videro dei notevoli cambiamenti: il giardino rifiorì, la regina mise colore sulle guance e cominciò ad ingrassare di giro vita, il giardiniere prima sempre cupo e scostante divenne più facile al sorriso. Il re Candido venne informato da alcuni cortigiani di tante novità al punto da decidere di occuparsene di persona. Biancofiore ne fu ben lieta; vedeva il suo sposo solo nelle occasioni ufficiali. Così se lo accaparrò, e a furia di pozioni soporifere e afrodisiaci riuscì a tenerlo con sé per una settimana. L'ottavo giorno, senza più timori( ma con qualche dubbio), re Candido riprese le sue occupazioni essenziali: misurare tutte le mura, perimetrali e non, del castello per trarne auspici numerologici. |
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| Dopo nove mesi esatti la sovrana scodellò una bella bimba dalla pelle bianca e i capelli nero ala di corvo. Nessuno si stupì per gli insoliti colori della bimba: difatti la sovrana, per tutta la durata della gravidanza, aveva cominciato a tartassare cortigiani e preti con la sua idea di dover per forza partorire una creatura dai capelli neri. Nessuno aveva preso sul serio simili capricci e la faccenda era passata in secondo piano. Ad ogni modo, per sviare ogni sospetto, Blanco, il giardiniere spagnolo si era imbarcato, un mese prima, per recarsi in Spagna alla ricerca di alcune piante particolari richieste dalla regina. La moglie del giardiniere spagnolo, Nivea, nativa di Castelbianco, rimase sola in impaziente attesa. Giustamente la partenza del marito l’aveva notevolmente insospettita, ma non avendo prove concrete su cui basare semplici supposizioni e/o sensazioni, dovette fare buon viso a cattivo gioco. Frattanto a palazzo si fece gran festa per la nascita della principessa partorita in pieno inverno, durante una tormenta di neve, nella quale c’erano stati sei dispersi e tre feriti. Dopo qualche indecisione, alla regale piccina, fu imposto il nome di Biancatormentadineve: per gli amici Biancaneve! Trascorsero lieti alcuni anni. Biancaneve cresceva bella e dolce come una caramella; era una bimba bonacciona e credulona tanto che bastava dirle "guarda qua, guarda là..." che lei se ne rimaneva zitta e buona in attesa del fatidico evento. Il problema si presentò il giorno in cui qualcuno, (si cerca ancora l’autore di una simile nefandezza) disse alla piccola principessa che, in onore della caduta del suo primo dente, sarebbe arrivata la "fatina dei dentini" a portarlo via lasciandole in cambio un bel regalo. Biancaneve rimase sei settimane in fermento: per scollarla dalla finestra, a cui da tanto tempo l’attendeva, fu necessaria un’ardita messa in scena . Fu assunta un’abile attrice di teatro, la quale interpretò la parte così bene, da guadagnarsi un contratto a vita presso la casa reale. Quando Biancaneve compì nove anni, alcuni eventi essenziali modificarono il corso della sua esistenza: sua madre fu rapita nottetempo da misteriosi pirati spagnoli, Nivea chiese e ottenne l’annullamento del suo matrimonio con lo scomparso, nonché introvabile marito, re Candido fece aggiungere una torre al castello; non gli tornavano i conti. Biancaneve fu molto turbata da tutto ciò, e prese così a succhiarsi il pollice destro finendo per diventare mancina. Trascorsero giorni e mesi, passarono gli anni, senza che si avessero mai notizie della regina Biancofiore. In effetti, dopo i primi due giorni di frenetiche e accanite ricerche, re Candido s’era totalmente scordato della faccenda. Nessuno si prese la briga di rammentargli l’atroce perdita e la vita continuò senza grossi problemi. Anni più tardi uno storico, frugando fra alcuni carteggi della corte spagnola, trovò notizia d’una tale Biancofiore da Castelbianco, sposa del marchese Blanco de Iris Gonzalez y Lilium; ma questa è un’altra storia. Biancaneve intanto cresceva: con qualche leggera turba affettiva, ma cresceva. Quanto all’erborista, Nivea, si dimostrò ben presto un’abile arrampicatrice sociale (si sa per certo, che il cognome da nubile di Nivea fosse Ederas). Circuì e sposò un marchese, da cui si separò dopo un anno per via di una storia di maltrattamenti (a lungo, il marchese sostenne d’essere stato più volte picchiato con una scarpetta dal tacco particolarmente puntuto). Per nulla scoraggiata, Nivea, in capo a sei mesi si consolò con un conte. Un anno e mezzo più tardi rimase vedova in circostanze misteriose (per gli inquirenti; non certo per lei). Nel frattempo, era stata sua assidua cura frequentare molto da vicino il palazzo reale. Grazie alla sua procace e sensuale bellezza fece ben presto strage di cuori, (e di damigelle rivali) e finì presto per convolare a giuste nozze con un tal duca molto vicino a sua maestà il re. Lontano da feste e intrighi, la vita a palazzo scorreva semplice e serena. Biancaneve era la gioia e lo spasso della corte: era una fanciulla sempre allegra e ottimista.La mattina si alzava cantando, e la sera si coricava gorgheggiando.Aveva sempre una parola buona e un sorriso per tutti.Purtroppo la sua innata bontà la portava, talvolta, ad esagerare. Per questo, una decina di ancelle la sorvegliava attentamente: aveva, infatti, il vizio di adottare tutti gli esseri viventi che incrociassero il suo sguardo. Barboni, mendicanti, cani, gatti, uccellini, pecorelle smarrite. Ma la sua autentica passione erano le piante e i fiori. La si vedeva sempre con le mani sporche di terra e qualche vaso fra le braccia, un annaffiatoio in mano e un cestino carico di attrezzi nell’altra. Si sa,difatti, che nell’iconografia tradizionale, è spesso ritratta simile alla dea Kali; un braccio per ogni arnese da giardinaggio. Grazie alle sue cure il palazzo era diventato una serra, tanto che i nobili venivano da paesi lontani per ammirarla (la serra, non Biancaneve che pur essendo sempre sporca di terra, era talmente bella da provocare forti istinti virili in tutti i mendicanti e miserabili che raccoglieva). Dal canto suo la principessa era un’anima semplice, gentile con tutti senza distinzione fra un carrettiere ed un barone; tutti l’amavano, in senso platonico, perché altro era inconcepibile ad una mente così pura. Tutti l’amavano…tutti tranne una persona; la duchessa Nivea rivedeva in quella dolce fanciulla la fisionomia del suo scomparso ( fuggito) marito. In realtà, solo un cieco avrebbe potuto non accorgersi dell’incredibile somiglianza fra Biancaneve e il famigerato giardiniere spagnolo. Solo la corporatura e le movenze erano quelle materne (non oso immaginare come sarebbe stata se avesse preso corporatura e movenze paterne). Più volte Nivea aveva cercato di fomentare lo scandalo, ma Biancaneve piaceva (in ogni senso) a tutti; era così ingenua e credulona che la si poteva prendere in giro con lo stesso argomento per una settimana. Comunque briga di qua, intrallazza di là, finalmente quando la principessa ebbe sedici anni la duchessa Nivea riuscì a farsi sposare da re Candido. In effetti, una volta conosciuto il re era facile riuscire a manovrarlo a proprio piacimento. Sua maestà, aveva il vizio di firmare ogni carta senza leggere; il segretario gli riassumeva il contenuto del documento e il re lo siglava. D’altronde aveva sempre la testa persa nei suoi calcoli numerologici, altro tempo non gli restava. Così Nivea corruppe il segretario, e quello fece firmare al re il certificato di divorzio dal duca Cretienne, marito di Nivea, e firmò il suo certificato di matrimonio con Nivea; il tutto si svolse in meno di cinque minuti. Fu così che l’ex erborista diventò madama reale; il re non fece troppo caso al cambio di moglie, pensò che Biancofiore fosse tornata a palazzo e dopo averla salutata con un buffetto, sulla guancia, archiviò l’episodio. Peccato che Biancofiore fosse bionda e Nivea castana: ma sono particolari ... La nuova regina aveva molte idee, e visto che si avvicinava alla quarantina, aveva deciso di togliersi tutti gli sfizi, di scapricciarsi per bene. Per prima cosa fece estirpare tutti i fiori con cui preparò lozioni, filtri e cataplasmi per vent’anni e più. Poi scacciò da palazzo tutta la marmaglia umana e non, raccattata da Biancaneve. Di punto in bianco barboni, mendicanti, orfani, randagi e ogni altri specie di derelitto si trovò di nuovo per strada. Quando Biancaneve si accorse dello scempio pianse per sei giorni, ma la notte dormì; poi si rammentò di avere una madre nuova di zecca e decise di rivolgersi a lei. Sicuramente la mamma l’avrebbe aiutata; non sapeva la meschina che di mamma ce n’è una sola! Nel frattempo lady Nivea s’era fatta attrezzare le stanze reali a modo suo; requisito un intero piano del castello, aveva trasformato due camere in un laboratorio alchemico, c’era poi un dispensario, tre stanze guardaroba, due stanze da bagno, una camera da letto, e per finire un salone tappezzato di specchi dal soffitto al pavimento. Quella era la sua alcova privata e non permetteva a nessuno di entrarvi. Quando si chiudeva nel salone degli specchi, le cameriere e le dame si tenevano alla larga; per ore essa, rimirava nei mille riflessi lo splendore scultoreo del suo corpo, la fulgida bellezza del suo viso, il baluginare alabastrino della sua pelle (è storicamente accertato che lady Nivea fosse fortemente presbite). Il giorno in cui Biancaneve si sovvenne d’avere una madre a cui ricorrere in caso di necessità, la regina era nella stanza degli specchi. Piangendo e singhiozzando la fanciulla corse per il castello, frugando ogni stanza alla ricerca della neo-mamma. Gira che ti rigira non la trovava mai; così vagava come un’ossessa per tutto il maniero. Dopo due giorni di accurate ricerche, il ciambellano, ebbe la cortesia di informare la principessa dell’esistenza dell’ala ovest del castello nella quale risiedeva la regina. Biancaneve, un po’ consolata, restrinse così il campo di ricerche riuscendo a trovare la matrigna al dodicesimo tentativo. Così, con la sua solita irruenza, spalancò la porta del salone degli specchi rimanendo affascinata. In un istante dimenticò ogni dolore e/o malumore, scordò miserabili e randagi e prese a specchiarsi nelle lucenti superfici argentee; improvvisamente scoprì di essere bella. Fece ondeggiare i lunghi capelli neri, baluginare gli occhi verdi, osservò il candore della pelle fresca e soda, scoperse le caviglie sottiliAvrebbe continuato così per un paio di giorni, se un urlo sub umano non le avesse fatto rizzare i capelli sulla testa. - Come osi?! - Ululò Nivea, improvvisamente consapevole di essere ormai sulla via del declino, mentre per la sua figliastra si preparava un avvenire roseo e pieno di belle speranze: ricevimenti, balli, corteggiatori, un gran matrimonio… - Cara mamma, finalmente ti ho trovato! - Il volto di Biancaneve si illuminò, mentre si gettava fra le braccia di Nivea. -Tutti i miei amici sono andati via dal castello…mi sento così sola…- singhiozzò la fanciulla, cominciando ad inzuppare l’abito di broccato rosa della matrigna. Grossi lacrimoni scivolavano sugli specchi. Nivea, dal canto suo, cercava di darsi un tono: tutto s’era aspettata tranne una reazione simile. Con un sorriso diabolico, estrasse dal corpino un affilato pugnale; in un attimo sarebbe diventata la padrona assoluta del regno. Un istante, un colpo rapido e a Castelbianco lei sola avrebbe avuto il primato di “Bellissima superstar”. Bastava un gesto deciso, e non avrebbe mai più dovuto avere innanzi agli occhi il volto splendido (e molto familiare) della figliastra. Abbassò il coltello bloccandosi sul più bello; ci sarebbero volute settimane per ripulire il salone degli specchi dal sangue. Accantonò velocemente l’idea di sgozzare la figliastra, decidendo di eliminarla con uno dei suoi metodi tradizionali. - Vieni con me! - Ordinò alla fanciulla afferrandola per un braccio.Ma quella non se ne dava per inteso continuando a piangere come un’ossessa; pozze d’acqua luccicavano attorno ai suoi piedi. Prendendola per le spalle e spingendola da retro, Nivea riuscì, pian piano, a spostare di peso la figliastra trascinandola fino al suo dispensario. Ben presto si ritrovò a corto di fiato (la vecchiaia incombeva); ingurgitò il contenuto di un flaconcino e poi cominciò a miscelare due polverine colorate, aggiunse del liquido verde e porse il bicchiere fumante a Biancaneve. La fanciulla l’afferrò subito, stava per berlo ma sentendolo caldo lo restituì al mittente. - Le bevande calde mi fanno venire il mal di pancia - singhiozzò con aria distrutta, gli occhioni chiari pieni di lacrime. Nivea alzò gli occhi, al soffitto color oro e porpora, stizzita; poi con rapidità dettata da anni di pratica afferrò uno shaker nel quale buttò tre liquidi colorati e una polverina. Sbatacchiò velocemente il composto per poi versarlo in un bicchiere appena tolto dalla sua ghiacciaia personale. La principessa prese il bicchiere e lo osservò cautamente in controluce; poi lo assaggiò. Immediatamente storse la bocca restituendolo alla matrigna. - Troppo freddo? Domandò ansiosa Nivea, piccole rughe deturpavano la sua fronte opalescente. - …è alla menta…! Neve si sforzò di sorridere, ma si vedeva che era disgustata; avrebbe volentieri vomitato. - Ah..! Con scatto felino Nivea fiondò il bicchiere: presone uno pulito vi sciolse sette polveri dai profumi dolciastri,poi mescolò con cura porgendolo alla fanciulla che arricciava le labbra con l’aria schifata. Questa ti piacerà! Sorrise Nivea che già pregustava il trionfo finale; una meravigliosa orticaria avrebbe sfigurato per sempre la sua figliastra. La fanciulla odorò il bicchiere e cautamente ne assaggiò il contenuto. E’ ottimo! - Esclamò. - Mamma cara...- a Biancaneve spuntarono le lacrime agli occhi ...tu fai tutto questo per me, ed io vengo ad assillarti con le mie stupidaggini...- Sospirò rumorosamente - Ma ora …ora sono grande: vedrai che sotto la tua sapiente guida imparerò molte cose!- Ciò detto abbracciò la matrigna, e mollato il bicchiere su un mobile, corse nelle sue stanze. Ora che una nuova idea le frullava per il capo, aveva già scordato i precedenti crucci. Di nuovo la voce soave della principessa riecheggiò sotto gli alti soffitti del castello; una dolce canzone riempì gli animi di gioia. Immediatamente,sette nuove rughe comparvero sul volto di Nivea deturpandolo per sempre. Di lì a due giorni, Castelbianco fu di nuovo invasa da ogni genere di diseredati umani e non; il giardino cominciò a rifiorire sotto le insistenti cure di Biancaneve, la quale aveva sparso con le sue candide manine, chili di letame per concimare le aiuole. Il lezzo che ne derivò fu tale che persino re Candido se ne accorse. Biancaneve si sentiva pronta ad affrontare ogni cosa con determinazione, ora che la matrigna l’aveva fortemente incoraggiata (?). Quanto alla suddetta Nivea, non solo rischiò di farsi venire un violento attacco d’asma, ma le capitò di pescare alcune tarme che stavano divorando buona parte dei suoi preziosi abiti. L’episodio fu talmente grave da provocarle una violenta crisi isterica, seguita da una crisi d'identità così forte, da indurla a rifugiarsi nel salone degli specchi. Quale non fu la sua sorpresa (potrebbe anche definirsi tale), nel trovare la stanza invasa da cameriere ciangottanti intente a pulire gli specchi con logori stracci di lana. - Ci manda la principessa Biancaneve si fece avanti la più coraggiosa, i piedi nudi sulle preziose lastre di vetro. La regina impallidì, divenne paonazza, poi gridò così forte e con tale impeto, che uno dopo l’altro gli specchi s’incrinarono frantumandosi in miliardi di schegge argentee. Fra gridolini di terrore e scongiuri contro il malocchio, le cameriere fuggirono terrorizzate. Una fitta rete di sottilissime rughe s’impresse attorno agli occhi e alla bocca di Nivea. Ci volle una discreta dose di sedativi per calmare la povera (non in senso pecuniario) regina, e parecchi uomini per spalare le tonnellate di cocci sparsi in giro. Per circa un mese la vita al castello trascorse lenta e serena; tutto era avvolto in una calma surreale (uno dei medici di corte, che aveva una relazione con l’infermiera della regina, imbastì una relazione con un’ancella. L’infermiera, in preda ad un tracollo nervoso, si distrasse un attimo drogando l’acqua potabile del castello con un infuso di valeriana/camomilla). La stessa Biancaneve, si sentiva stranamente stanca e abbattuta tanto che per un giorno trascurò d’annaffiare i fiori, ma si ricordò di dare da mangiare ai vari derelitti. Quelli non erano come i fiori; avrebbero subito protestato! Dal canto suo Nivea, da giorni giaceva nel suo letto, dal baldacchino di pizzo spagnolo, con un cataplasma di erbe rare sul viso. Aveva fettine di cetriolo sulle palpebre, ma le cameriere erano pronte a giurare che sotto di esse la regina avesse occhi spalancati rossi come la brace. Grazie alle assidue cure dei medici, e alle quotidiane visite di Biancaneve, la regina ci mise qualche giorno (sessanta per la precisione) a riprendersi, ma quando fu di nuovo in piedi la sua agile mente aveva già elaborato un piano per eliminare la sua tenera figlioccina dalla faccia della terra. Visto che non le riusciva di farle prendere nessun veleno per via orale, decise che le avrebbe avvelenato le pietanze; Biancaneve doveva pur mangiare?! La regina, tutta soddisfatta, si mise subito al lavoro elaborando un veleno inodore, incolore, insapore. Senonchè Biancaneve era solita consumare i suoi pasti insieme ai suoi amati derelitti; così, immancabilmente, il suo regale cibo finiva nella pancia di qualcun altro. Nivea, che non era mai a conoscenza dei particolari essenziali, assistette sorpresa al decesso inspiegabile di tre dame, un cavaliere e otto paggi prima di riuscire a capire in che cosa avesse mancato il suo piano. A quel punto comprese che, per avere la materiale certezza che Biancaneve schiattasse una volta per tutte, doveva avvelenare il pasto per tutti i duecento abitanti del castello: certo una strage le avrebbe disteso i nervi, ma avrebbe di sicuro attirato l’attenzione del re. L’astuta regina optò subito per un’altra soluzione. Tempo due giorni, si fece confezionare due abiti di seta dalla sua sarta personale, poi li imbevve di veleno di cobra spray (sua invenzione), e li spedì con tanti auguri alla principessa Biancaneve; mittente il principe di Griinpis, un regno confinante. Purtroppo gli abiti giunsero a destinazione l’anno seguente quando ormai il veleno era svaporato. Le poste di Castelbianco avevano smarrito il pacco a causa di un onda anomala (fenomeno che si verifica circa ogni ottanta anni), che aveva fortuitamente investito il traghetto postale. Nivea sfiorò il collasso nervoso, lisciò un cardiopalma e svenne. Dopo essersi ripresa, si diede alla forsennata consultazione della trentasettesima ristampa de “Il manuale del recidivo avvelenatore”, scovò una vecchia copia degli “ Efferati: delitti stragi & co.”, studiò catalogò comparò ma nulla riusciva a soddisfarla. Sembrava tutto così banale e artefatto; nessuna originalità, mai un tocco di fantasia, un impulso eccentrico. Confusa, la regina passeggiava per le sue stanze rimuginando e prendendo appunti mentali; andò avanti per settimane, con somma soddisfazione delle cameriere, che smisero di spazzare e con sommo brontolio delle sarte, costrette a rifare gli orli di tutti i regali abiti. Un mattino, finalmente, una splendida idea le dipinse un ghigno mefistofelico sul bel volto candido. Subito fece chiamare il guardacaccia, suo uomo di fiducia. Non passarono dieci minuti che il “fedelissimo” si fece annunciare alla reginaGianbianco, questo il suo nome, era un uomo sui quaranta (quaranta anni, quaranta di giro vita, un metro e quaranta di altezza, quaranta più quaranta chili), dall’aspetto giovanile, l’occhio sveglio, e forti appetiti (molto, molto carnali). Vedovo da qualche mese, nutriva una folle reverenza/concupiscenza verso la regina, con cui da anni si contendeva l’ambito premio “Sterminatore/Massacratore dell’anno”. La fedeltà del guardacaccia, era alimentata settimanalmente dalla regina la quale, ricevendolo, non mancava mai di indossare abiti vertiginosamente scollati. Nivea mise a suo agio Gianbianco, facendolo accomodare e servendogli lei stessa “tartine afrodisiache alle cozze” innaffiate da infuso allupante alla "papaya verde”. Quando il guardacaccia ebbe lo sguardo vitreo/lascivo, e cominciò ad allungare le mani con libidinosa nonchalance, Nivea comprese essere giunto il momento delle rivelazioni. Indossati guanti e berretto in pelle, nera, fustigò a lungo Gianbianco rivelandogli il suo piano in ogni particolare. Il guardacaccia apprezzò molto le scollatura vertiginosa, le tartine, la pratica sadomaso, e ancor di più il piano della sua regina. Giurò obbedienza alla sua sovrana, ed essa lo premiò schiaffeggiandolo sul volto appena rasato: l’uomo si abbandonò a quei meravigliosi momenti di tormentosa e proibita estasi. E fu sera e poi mattina(volendo anche viceversa); la regina, sfoggiando una delicata cacciatora di velluto nero bordata di pizzo rosso e oro, invitò i nobili e la principessa alla caccia alla volpe. Conti, duchi, marchesi e affiliati accettarono prontamente: qualsiasi cosa pur d’avere un diversivo. Vivere a Castelbianco era veramente noioso, mai un intrigo o uno scandalo a vivacizzare la giornata. La principessa Biancaneve, invece, fu un po’ restia ad accettare l’invito; non amava dare la caccia agli animali, ma visto che a chiederglielo era Nivea, e considerato che la cara matrigna s’era appena ripresa da una lunga malattia…insomma accettò. Così fra il frusciar d’abiti, vociare, scalpitare e suono di corni da caccia la comitiva si mise in marcia inoltrandosi ben presto nella foresta. Era una bellissima giornata di primavera, e fra gli alberi, nei prati, nuovi fiori riempivano l'aria dei loro profumi e colori. Come da istruzioni, Gianbianco si era piazzato dietro a Biancaneve e non la perdeva di vista un attimo. Piccolo particolare: il guardacaccia era fortemente miope, ad un braccio di distanza già tutto gli diventava sfocato, quasi una chiazza di colore. La principessa cavalcava nelle retrovie del gruppo conversando amabilmente con le dame e i paggi, scarsamente interessati alla caccia, e molto ai pettegolezzi; Biancaneve infatti, amava molto mescolarsi agli inferiori... Camminavano da circa tre quarti d’ora, allorchè i cani fiutarono e stanarono la volpe. I corni da caccia diedero il segnale, e subito i cavalieri si sparpagliarono partendo chi al trotto, chi al galoppo. Gianbianco approfittò della confusione per afferrare la fanciulla che aveva davanti, e tiratala con sé in mezzo ai cespugli la sgozzò con mossa rapidissima. Velocemente le aprì le costole con il coltello ed estratto il cuore ancora palpitante lo involtò ben bene in un drappo ricamato. Nascose il gocciolante fardello nel carniere, fiondò il cadavere in un burrone (si trovava lì per combinazione), si ripulì le mani sull’erba e inforcato il cavallo si gettò a spron battuto sulle tracce della volpe. Tutto si era svolto in meno di dieci minuti; Gianbianco non aveva mai rischiato come quel giorno di essere inserito nel “guinness dei primati” (primati non inteso come scimmie). Verso il tramonto le volpi furono catturate, e l’allegra comitiva rientrò al castello visibilmente soddisfatta. Nessuno si accorse dalla sparizione di Biancaneve fino al giorno seguente… Quasi nessuno. Quella stessa sera, indossato un abito di pelle di serpente, Nivea ricevette dal fido guardacaccia il cuore viscido e molliccio della sua defunta figliastra; ebbe il piacere di imbalsamarlo personalmente, e di custodirlo gelosamente in una teca di cristallo assieme agli altri centoquarantasei, accumulati nel corso degli anni, di cui faceva collezione. Per premio Gianbianco ebbe una folle notte di passione………con la sarta di Nivea, la deliziosa Biancasarti. Nel frattempo la povera Biancaneve girovagava tutta sola nel bosco; il cavallo era inciampato in una radice sporgente, e lei era stata disarcionata cadendo svenuta nel bosco. Quando, dopo un paio d’ore, si era ripresa non era stata capace di orientarsi e ben presto si era persa. Così vagava piagnucolando e implorando, inciampando nelle radici e pungendosi nei rovi (si muoveva con molta sicumera); non sapeva la meschina, che la damigella Biancamano aveva dato il suo cuore per lei. Va a fidarti ciecamente d’un miope. Il sole era quasi tramontato allorchè Biancaneve, sfinita e sciatta, giunse davanti ad una catapecchia scrostata e barcollante circondata da radi alberi rinsecchiti. La fanciulla scrutò con orrore le macchie d’erba giallastra, le cadenti imposte della casa, i buchi sul tetto; poi si fece coraggio e sospirando e piangendo bussò alla porta della catapecchia. Nessuno le rispose e anzi due, tre assi di legno si staccarono dal malconcio uscio. Tremando come una foglia, la principessa entrò: l’interno della stamberga era leggermente più rassicurante: c’era un tavolaccio apparecchiato per sette, una stufa a legna, panche e altri rozzi mobili. Singhiozzando si accasciò su una panca; pianse ancora un po', poi il suo stomaco ebbe il sopravvento: erano ore che non mangiava...Stancamente si rialzò, e frugando in giro, racimolò alcuni pezzi di pane e formaggio. Già che c’era finì un arrosto di manzo e un pollo in fricassea con contorno di fagiolini. Appozzò nel minestrone, si sbucciò qualche frutto e, finalmente satolla, si cercò un posto dove schiacciare un pisolino. Setacciò sistematicamente la casa, finchè non vide una scala che portava al piano superiore; sbadigliando salì le assi sconnesse fino a trovarsi in una stanza con sette letti sfatti e cenciosi. Sembravano tutti troppo piccoli per lei, così li unì e senza complimenti si stese sul suo giaciglio improvvisato; non era passato un minuto che già ronfava della grossa. Erano trascorse circa due ore, quando fra il berciare di bestemmie e le stridenti note di canti volgari, i padroni di casa rientrarono nella loro magione. Erano sette fratelli, nani, minatori che lavoravano dall’alba al tramonto, (esclusi i festivi in cui si esibivano come coro vocale in una locanda al di là del bosco), nelle miniere di diamanti di re Salamone Verdecchio di Griinpis. - Manolesta, ti sei scrofanato tu la brodaglia? Biascicò Boccalarga mettendo in mostra i quattro denti gialli che gli restavano,gli altri erano finiti sul pavimento di una bettola, persi durante una rissa. - Che c’è da magnà?! Urlò Nasopiatto odorando l’aria e scrutando i piatti con aria famelica. - - A me, me sa che qui ce deve esse' passato quarcheduno che c’ha pulito il fonno della pentula! Occhiofino scrutò in giro con aria saputa. Gambacorta senza dire nè “ai” nè “bai” cominciò a rosicchiare alcune croste di pane. - Ahò, venite a vedè che bella sellerona che s’è sparapanzata sui letti! Li chiamò Testadipera con l’occhio libidinoso e un rivolino di bava pendula. Il primo a raggiungerlo in cima alle scale fu Cosomoscio il quale si precipitò a palpeggiare la nuova venuta, ansioso di provare a sé stesso che la splendida dormiente non fosse un miraggio da fame. I suoi fratelli gli fecero corona attorno magna come ‘na scrofa! sentenziò Occhiofino scrutando attentamente la dolce Biancaneve però te devo da dì che distribuisce la robba proprio nelli punti giusti. - Anvedi che prosciutti!- Continuò soppesando un braccio bianco e tornito della principessa. Nel frattempo Manolesta, arrampicatosi sui letti, aveva operato una perquisizione accurata della fanciulla riuscendo a racimolare: un frustino da equitazione in vera pelle, un paio di guanti da equitazione in vero cotone, un medaglione in vero oro con vera miniatura annessa, nastri per capelli in vera seta, fazzoletto di vero broccatello con pizzo (vero) lavorato al vero tombolo. - Ma questa qui, tutta la nostra cena si mangiò!- Realizzò infine Gambacorta sbocconcellando una crosta di formaggio. I nani tacquero in doloroso e consapevole silenzio; gli stomaci torturati dalle fitte implacabili di una fame illimitata. Rimasero immobili a contemplare Biancaneve per circa un’oretta, (stavano decidendo se cucinarsela al forno o bollita con tante verdurine), quando la fanciulla terminato il pisolino si svegliò. Si guardò attorno esterrefatta; contemplò con aria addolorata i sette individui cenciosi e luridi che la scrutavano avidamente. Ma nessuno si prende cura della casa? Chi cucina, chi lava, chi ripara i danni? Esordì alzandosi in piedi di scatto, torcendosi le mani sconvolta. Il vestito verde da amazzone le donava molto. I nani tacquero guardandosi l’un l’altro stupiti e vogliosi. Biancaneve intanto si massaggiava la testa; un bernoccolo le stava rapidamente crescendo lì dove la sua regale capoccia aveva incontrato una trave del soffitto. - Voscienza potrebbe ripetere la domanda? Biascicò Boccalarga con aria compunta. - Ho capito…- singhiozzò la principessa, che comprendeva a fondo la sofferenza e le difficoltà delle masse proletarie voi non avete mai avuto nessuno che vi guidasse lungo i sentieri dell’ordine e della pulizia! Ma adesso ci sono qui io, non sarete mai più soli! Si chinò sui luridi e cenciosi minatori, e li strinse a sé in un abbraccio materno. Ci fu, fra i nani, chi fraintese….. L’alba del novello giorno segnò l’inizio di una nuova vita per molte persone. A Castelbianco, Nivea potè finalmente esprimersi in tutta la sua creatività. Subito, fece sterminare tutta la marmaglia di diseredati che da anni bivaccava nel castello; in seguito fece riverniciare lo stesso con arsenico liquido riuscendo così a compiere una nuova strage, cosa che arricchì la sua collezione di cuori umani. Dopodichè comandò di radere al suolo il giardino facendovi costruire un mausoleo di marmo rosa incrostato, all’interno, di pietre preziose. Dentro vi pose una sua statua d’oro a grandezza naturale. Sembrandole il monumento troppo semplice vi fece aggiungere un viale bordato da statue in marmo rosa scolpite a sua immagine. I nobili si complimentarono con lei per il suo buon gusto, e questo la spinse a rimodernare anche il castello aggiungendo broccati sete e velluti in ogni centimetro di spazio disponibile. Nivea costruiva e Candido buttava giù muri o torri a seconda che gli tornassero o no le sue predizioni numerologiche. Ogni sera al castello si teneva un sontuoso ricevimento, una cena, o un ballo, culminanti sempre con una visita al mausoleo rosa di cui la regina andava fiera. Ora che aveva sfregiato una decina di dame, che potevano essere più belle di lei, Nivea si sentiva piena di felicità; ogni giorno le si presentava come una splendida occasione per inventare qualche nuova nefandezza. |
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| Nella stamberga del bosco, intanto, la dolce Biancaneve fra un pianto e una moina, riuscì a convincere i nani ad organizzare una sistema lavorativo/domestico a rotazione trisettimanale. Dopo qualche problema iniziale, sei sette risse e qualche tentativo di ammutinamento/deportazione, si cominciarono a vedere i primi risultati del brillante talento organizzativo della principessa. La stamberga fu restaurata e ridipinta, il tetto incatramato, tappezzerie nuove, pranzi elaborati e commestibili, biancheria in ordine, uomini e donna ben vestiti e puliti; un autentico depliant vivente. Molte agenzie turistiche fecero offerte per includere la casetta nel bosco fra gli agriturismi, ma i nani furono irremovibili: sgobbavano già abbastanza. Di tanta meraviglia e perfezione Biancaneve era l’indiscussa regina; era lei la mente suprema che supervisionava, con occhio imparziale, che tutto si svolgesse come da programma orario affisso in bacheca. La principessa controllava e cantava, curava i fiori e raccontava loro i suoi sogni, dava da mangiare a galline e conigli e li metteva a parte delle sue speranze. Tutto avrebbe continuato ad andare nel migliore dei modi, se il re di Griinpis non avesse deciso di operare alcuni tagli al bilancio delle miniere. Per questo, molto a malincuore(?), decise di licenziare alcuni (seimila) operai. D’altronde le miniere erano di re Salamone , e il sovrano non provava nessun rimorso nel ridurre sul lastrico tanti onesti operai, che sul lavoro rubavano solo il venti per cento della produzione giornaliera. Quando la dolce Biancaneve seppe che i suoi cari nani erano stati licenziati, cominciò a piangere e disperarsi. Pianse e pianse e pianse talmente tanto, che le misero davanti un mastello pieno di piante, così che con le sue lacrime le annaffiasse. Circa sei ore dopo, la sensibile principessa riuscì a calmarsi, e avendo ormai annaffiato tutte le piante presenti in casa e nel giardino , decise di passare al contrattacco. Così si fece un bagno ai petali di rosa, si spazzolò i favolosi capelli neri che femò con un nastro, indossò l'abito patchwork, che si era cucita con avanzi di stoffa, nelle lunghe notti invernali, infilò gli stivali. Una volta pronta,insieme ai nani si diresse verso le miniere lontane un paio di chilometri. L’arrivo, inaspettato, della principessa destò un certo scalpore; scortata dai sette nani, vestiti a festa con camicie dei sette colori dell’arcobaleno, incedeva altera Biancaneve destreggiandosi fra radici, tronchi, fango e terra smossa. Gli operai la guardavano estasiasiati: mai s'era vista tanta fangosa beltà. Si guardarono l'un l'altro bisbigliando nervosamente: maledivano gli Dei! Perchè la fortuna di accogliere in casa Biancaneve, non era toccata a loro? Perchè?Perchè?Vennero quasi alle mani nel tentativo di risolvere il dilemma: volarono picconi e cazzotti, insulti... Insospettito da tanto baccano,il guardiano, tutto vestito di pelle di leopardo, interruppe il pisolino quotidiano euscì da uno dei cunicoli . - Oh, il caposquadra! Biancaneve gli si avvicinò tenera.- La prego, sia gentile...chiami il suo re...noi dobbiamo parlare...- un dolce sospiro uscì dalle labbra rosse della fanciulla. L’uomo s'ingrifò e sentì uno strano brivido percorrergli tutto il corpo (...). Gettata a terra la frusta, guardò Biancaneve con rimpianto, poi inforcò un cavallo e al galoppo raggiunse la maestosa rupe muschiata sulla quale sorgeva il castello di Griinpis. Il suddetto reame era diretto confinante di Castelbianco e fra i due regni correvano rapporti quasi civili. Nel frattempo Biancaneve si dispose ad attendere, decidendo di arringare le masse popolari; parlava con competenza di causa; aveva molto sofferto nella vita. Le sue parole seppero conquistare le simpatie dei minatori, che di fronte alle sventure di Biancaneve si commossero. - ……per questo vi dico che non dovete mai permettere a nessuno di ridurvi in questo stato miserando! Ognuno di voi ha una dignità, ed ha diritto ad un trattamento equo, ad un salario equiparato alle proprie specializzazioni! -Guardate i nani…- la folla si rivolse ai sette che col petto gonfio mostravano gli abiti che si erano cuciti grazie ai sapienti insegnamenti di “Taglia e cuci; il giornale della sartina di casa”, la nota rivista per casalinghe risparmiatrici. -…loro sono assurti ai ranghi di esseri umani, non sono più macchine da lavoro, schiavi ben pagati…. Frattanto dalla parte di Griinpis si stava avvicinando una schiera di cavalieri al galoppo. Gli operai fecero ala attorno a Biancaneve, stringevano in mano picconi, pale, sassi, mormorando ferocemente contro i soldati . I cavalieri invasero la radura antistante… Biancaneve si fece avanti temeraria-...con armi e scudi siete usciti contro di me, una povera fanciulla che tutti i giorni era assieme a voi…- “Quando?”si domandarono in molti- singhiozzò la principessa chinando la splendida testolina. I minatori grugnirono inferociti. Subito un cavaliere biondo si fece avanti oltrepassando le file di soldati in tenuta anti sommossa; con eleganza si tolse l’elmo impennacchiato e con stile regale s’inchinò davanti a Biancaneve. - Sono il principe Verdiano di Griinpis, cosa desiderate mia signora? Domandò il giovane inciampando in una radice sporgente. Subito si rialzò scrutando avidamente la bella sconosciuta. Il principe godeva di una certa fama fra le fanciulle di tutto il regno, ed era comunemente chiamato “el procreator”. Non appena i minatori lo riconobbero, molti si fecero avanti per linciarlo. Sedate le masse ribelli con uno sguardo significativo (alle truppe schierate ed armate fino ai denti), il principe restò fortemente colpito dalla bellezza di Biancaneve, tanto che giurò di farla sua (Biancaneve, non la bellezza). Nevischio, che era pura e innocente come un giglio di serra, scambiò le occhiate del principe per galanteria e così gli espose gemendo e disperandosi il suo problema. Il principe Verdiano, che non era solo bello ma perfino intelligente, cominciò a sciorinare frasi pompose come “tagli al bilancio”, “inflazione”, “crisi economica”…… Dopo otto ore di questa solfa, quando ormai i minatori erano rientrati nella loro stamberga per consumare un piatto di polenta con funghi porcini (il cibo semplice e naturale dei poveri), ecco che casualmente inserì nella conversazione un invito a cena per quella “deliziosa fanciulla così sfortunata”. Biancaneve ci pensò un po’ su,ringraziò compitamente, poi comunicò al giovane, che essendo in ristrettezze economiche non si poteva permettere un equipaggiamento da corte reale. Salutò cortesemente il principe e ,arracando nel fango, si diresse verso la casetta nel bosco che divideva coi cari nani. Verdiano ebbe un mancamento e i suoi cavalieri dovettero portarlo a braccia fino al castello. Il cerusico di corte diagnosticò uno choc da stress emotivo; prescrisse sei mesi di cure assidue da parte di almeno quaranta femmine compiacenti. Dopo il primo attimo di smarrimento da crisi d’insicurezza (due settimane precise), Verdiano sedusse e plagiò trenta fra fanciulle e dame di corte riuscendo così a recuperare la sua sanità mentale e il suo coraggio. Spedì subito i suoi paggi, carichi di doni, nel bosco; stoffe preziose, gioielli, fiori, poesie, biglietti d’amore...tutto venne rispedito al mittente. Biancaneve non sapeva che farsene di tante "cianfrusaglie" come le definì; perciò rifiutò tutto con tanti saluti. Il principe si commosse: aveva trovato una fanciulla pura e disinteressata.Doveva aiutarla e conquistare così il suo cuore.Purtroppo però, i cordoni della borsa li teneva suo padre. I suoi poteri decisionali si limitavano alla scelta del guardaroba personale. Frattanto non avendo ottenuto nulla, i nani cambiarono mestiere diventando taglialegna; mestiere indubbiamente più sano anche se meno redditizio. Nella rocca avita, Verdiano perorava la sua giusta causa col padre; ma i bilanci erano una cosa sacra e il re se ne infischiò dell’ego ferito dell’erede al trono. “ Il regno è pieno di donne, trovatene una più bella e accomodante.” Gli suggerì con cognizione di causa. Passarono giorni; il principe distrutto dal dolore e dalle parcelle dell’analista, cominciò a battere sistematicamente la campagna circostante in cerca della fanciulla che gli aveva rapito il cuore (si può chiamare anche così). Purtroppo tutte le ricerche risultarono infruttuose; disperato fece promulgare un editto in cui si ricercava una fanciulla: “Bella e altera come una dea, dalla pelle d’alabastro, capelli neri come l’ossidiana, occhi come un prato primaverile, bocca rossa come sangue." Chiunque ne desse notizie sarebbe stato ricompensato con ricchi premi e cotillion. I banditori sparsero la voce in tutto il regno e già che c’erano anche in quelli confinanti. Per giorni i messi reali galopparono per città e campagne leggendo il proclama, tanto che esso raggiunse anche la corte di Castelbianco dove Nivea, eliminato anche re Candido si era incoronata regina e dama più bella di tutti i reami. In un raptus di falsa modestia aveva generosamente tappezzato le mura del regno di suoi ritratti (eseguiti quando aveva circa vent’anni) e per preservarsi dalle occhiate invidiose portava sempre sul volto un fitto velo nero. Era una donna felice e realizzata, finchè un brutto giorno non le giunse all’orecchio l’editto di Griinpis, così spudoratamente falso e meschino. Chi mai poteva essere quella donna più bella di lei? Chi aveva osato? Chi mai……? Qualcuno avrebbe pagato! Furono le sue ultime parole prima di cadere in deliquio. Subito (circa sette ore dopo) dette ordine di uccidere ogni fanciulla graziosa presente nel reame; il tutto senza dare nell’occhio. Così, i soldati della guarnigione, abbandonarono l’armatura travestendosi da candide nonnine; ad ognuno fu fornito un cesto di frutta avvelenata. Quella fu chiamata l’estate venefica, poiché per qualche strana selezione naturale ogni fanciulla graziosa, appena morso un qualsiasi frutto, cadeva a terra come morta. In realtà le ragazze erano ancora vive, ma dormivano così profondamente che nessuno sembrava in grado di svegliarle. In breve il reame si trasformò in un dormitorio, anche perché ogni soldato aveva il suo concetto di bellezza, cosicchè praticamente tutte le donne di Castelbianco erano cadute in quello strano sopore. La stessa sorte subì Biancaneve; un morso e giù stesa a terra con una mela ancora stretta in mano. Così la trovarono i nani tornando dal lavoro; si guardarono l’un l’altro in tacita intesa e senza proferir parola costruirono una barella, ve la caricarono sopra legata come un salame in novanta metri di nastro rosso in similraso. A passo di marcia la portarono in una bella radura piena di animali, fiori e piante rampicanti, lontana solo alcuni chilometri (circa tremila) dalla casetta nel bosco. Poggiarono la barella su una bella roccia rialzata e si diedero prontamente alla fuga; se mai si fosse svegliata contavano sullo scarso senso d’orientamento della fanciulla per continuare a vivere in pace. Felici e contenti tornarono a casa riprendendo immediatamente le sane abitudini di un tempo; un po’ di sozzeria non aveva mai fatto male a nessuno (vedi alla voce PESTE/COLERA). Vissero in pace per tre anni, poi Cosomoscio mise incinta un’avvenente nana e gli toccò sposarsela. Fu una tragedia per tutti. Biancaneve restò nella radura per circa dieci anni, finchè Verdiano casualmente non c’inciampò sopra, spaccandosi il mento sulle rocce taglienti. Ormai il povero principe s’era quasi rassegnato alla fine del suo idillio, l’unico platonico, anche se lui ignorava l’esistenza di un simile vocabolo.Da anni non seduceva più le sue novanta femmine l’anno, non plagiava più fanciulle, e stava quasi pensando di prendersi una casetta accanto ad un convento (femminile). Il re era sconvolto, e già si erano indetti bandi di concorso per la ricerca di un nuovo erede al trono, quando Verdiano posò nuovamente gli occhi su Biancaneve. Anche a trent’anni la principessa era sempre una splendida donna. Verdiano, con un colpo di spada tranciò rapidamente il nastro rosa (le intemperie) e chinatosi sulla dormiente finalmente le scoccò uno di quei baci a cui partecipò con tutto il corpo. Vuoi che fosse finito l’effetto del veleno, vuoi che fosse vero amore, fatto sta che Biancaneve spalancò gli splendidi occhi verdi. Dapprima rimase un po’ interdetta, poi essendo una donna dolce e socievole si avvinghiò a Verdiano ventosandogli le labbra; a quel punto lui si sentì autorizzato a possederla (ben otto volte). Fu l’inizio di un grande amore (e di una serie ininterrottta di orge sessuali) I principi si sposarono e vissero felici e contenti circondati dai loro figli (una decina vissuti fino a tarda età). Quanto a Nivea: continuò a sentirsi la più bella del reame anche a novantasei anni, ma siccome era sempre fittamente velata nessuno osò mai contraddirla. |