Era stanchissima, non vedeva l’ora di tornare a casa e farsi una doccia.
Fuori c’era ancora luce, la giornate si stavano allungando e presto sarebbe stata primavera.
Sospirò.
Per fortuna tra qualche giorno non avrebbe avuto più il progetto.
Un po’ le dispiaceva, però alla lunga, trattenersi ogni mercoledì stava diventando stancante.
Avrebbe voluto avere più tempo libero, più tempo per uscire, per disegnare, per giocare alla play station.
Salutò i compagni e si diresse verso casa ; era così stanca che lo zaino le spiombava sulle spalla.
La carpetta le pesava come se stesse portando un sacco di patate; eppure non conteneva che album da disegno.
Stava rimuginando sui suoi casi ,quando un commento la indusse a voltarsi; due ragazzetti più grandi di lei la stavano guardando.
Continuò a camminare cercando di ignorare i loro commenti.
Quella mattina le era venuta la stupida idea di mettersi la gonna nuova, regalo dei suoi genitori.

Era un premio per i bei voti avuti sulla scheda di valutazione.
Già!
- …dai bella fermati..- insistette uno dei due afferrandola per un braccio.
La fanciulla impallidì -…devo andare, mi aspettano…- balbettò terrorizzata.
- ..ma dai, solo un attimo. Vieni a berti qualcosa al bar..- l’altro le tolse la carpetta di mano prendendola per l’altro braccio.
Un’ondata di terrore assoluto si impadronì della ragazza; non riusciva più a ragionare, a capire.
Aveva solo paura tanta paura: non le riusciva di parlare, di muoversi.
- Dai che ti va di farti una bevuta con noi! - Quello più alto le sorrise sei molto carina sai?
Julia singhiozzò cercando di opporsi alle mani che cominciavano a tirarla , a farle male.
- Hai visto Simone, l’hai fatta piangere!- Intervenne quello che le aveva preso la carpetta e la dondolava con noncuranza.
- …per favore…- Julia cercò di divincolarsi, ma la paura la paralizzava .
- Forse ha paura che guardiamo quello che c’è nella cartellina; è colpa tua Maurizio!-
I due risero guardandosi negli occhi con aria complice.
- Allora tesorino, come ti chiami?- Simone la trascinava senza che lei riuscisse ad apporsi.
Ormai avevano imboccato una strada che non conosceva, una viuzza che non prometteva niente di buono.
- ..a casa, mi aspettano a casa le lacrime scorrevano sul volto della liceale.
Era come un animale in preda al terrore, non riusciva a fare altro che subire.
Come volevasi dimostrare la stradina terminò con una piazzetta, un vicolo cieco.
Non c’erano che imposte chiuse nel palazzotto fatiscente che chiudeva la via.
Julia si agitò, questa volta la consapevolezza di quello che stava per accadere le infondeva maggior forza.
Riuscì a liberarsi una mano , cominciò a mollare calci e pugni mentre mani vogliose le toccavano le gambe, il seno.
Adesso non c’era più tempo per le chiacchiere, per le paroline gentili.
Eccitati dal terrore della fanciulla , i due si scatenarono.
Lo zaino gettato in un angolo, la cartellina con i fogli sparsi in giro, mentre i vestiti venivano lacerati.
Julia gridò , un grido di disperazione , un grido dal profondo dell’anima mentre veniva gettata a terra, sul selciato.
Qualcuno le montò addosso.
Qualcuno le teneva ferme le gambe.
Urlò e gridò contorcendosi selvaggiamente; ma erano più forti di lei, e ridevano .
Ridevano mentre la spogliavano.
Se li sentiva addosso, sentiva il peso di quella carne schiacciarla.

Gridò e gridò ancora finchè improvvisamente quel peso le fu tolto di dosso.
Ricominciò a respirare.
Le lacrime le bruciavano negli occhi.
Le facevano male le braccia, le gambe.
- ..e tu chi cavolo..- sentì uno dei suo assalitori parlare e poi emettere un gemito.
Un trambusto la indusse ad alzarsi.
C’era un terzo uomo ; si muoveva rapidamente con una grazia e un’eleganza quasi sovrannaturali.
Usava le gambe e le braccia per infliggere colpi ai suoi assalitori.
Julia lo guardò senza riuscire a capire, a ragionare; era così sfinita.
La testa le faceva così male.
Eppure, eppure quello strano tipo di lotta le sembrava familiare.
Rimase seduta a terra guardando i suo carnefici venire massacrati senza pietà; cercavano di difendersi, di attaccare, ma venivano respinti sistematicamente.
Il nuovo venuto si muoveva con efficienza,; non un colpo andava sprecato.
In breve gli assalitori si accasciarono sul selciato; le facce gonfie di pugni, gli occhi pesti.
Improvvisamente Julia riuscì a capire.
Si rialzò da terra dimentica di ogni dolore, di ogni paura.
Era lui!
Come poteva esserlo?
Ma era lui, non poteva sbagliarsi!
Lui si volse: indossava solo un paio di pantaloni di tela nera, aveva la pelle di un bianco splendente e capelli rossi come fiamme che gli ricadevano gocciolanti sul viso.
- Stai bene? Le disse scostandosi dal viso una ciocca, umida, di capelli.
Occhi verde acquamarina la scrutarono ansiosi.
- Gaara, sei tu Gaara!- Senza pensarci si buttò tra le braccia del giovane dai capelli rossi.
Sebbene stupito lui l’accolse stringendola a sé.
La ragazza poggiò la testa sul,petto del giovane; il battito del cuore la cullava tranquillizzandola.
Rimasero immobili , stretti l’uno all’altra per un tempo indefinibile, istanti , ore… poi un rumore, la frenata d’una macchina, spezzarono l’incanto.
Julia tornò in sé rendendosi conto di quel che stava facendo: avvampò, ritraendosi come se si fosse scottata.
Quando l’aveva abbracciato non si era resa conto che Gaara era a torso nudo.
Chinò la testa emozionata; era stato solo per poco ma aveva potuto sentire il dolce calore della sua pelle, il battito del suo cuore.
Lui l’aveva salvata; il suo Gaara era venuto a salvarla!
Lo fissò estasiata; poi un dubbio le attraversò la mente.
- Ma come puoi tu essere qui? … tu non sei vivo, umano..
Il giovane la osservava senza batter ciglio - …perché non posso essere qui? Io ci abito in questo posto! Lui le indicò una finestra aperta in uno dei palazzetti sulla via. -Ti ho sentita gridare e sono sceso.
Julia lo riguardò per nulla convinta ; o lei era impazzita oppure quel giovane era identico in tutto e per tutto a Gaara.
Stessa altezza, stessi capelli, stessi occhi di quel meraviglioso colore cangiante.
Erano anche bistrati di scuro, come se se li fosse truccati per renderli più grandi, più luminosi.
- …tu non sei sabaku no Gaara?- Chiese lei a mani giunte; come ad implorare una risposta positiva.
- Gabriel fa lo stesso?- Lui la scrutava in silenzio; le braccia conserte. Nonostante la nudità non dimostrava di avere freddo; era perfino scalzo.
Chiaramente era uscito di corsa dalla doccia.
Improvvisamente Julia si accasciò a terra scoppiando in un pianto dirotto.
Le emozioni erano state veramente troppe per lei.
Gabriel si chinò su di lei stringendola delicatamente tra le braccia.
La fanciulla singhiozzava disperata tutta la paura, l’angoscia provate, la disillusione di non essere stata salvata da Gaara.
Perché non era venuto lui a salvarla?
Perché , perché?
Pianse così tanto che ad un certo punto le mancarono le forze; non ebbe più lacrime.
Si appoggiò al muro estenuata e lentamente scivolò nel buio.
- Tesoro , come stai? Riaprì gli occhi, accecata dalla luce violenta. Suo padre e sua madre la guardavano preoccupati.
Si sentiva calma, riposata; una coperta morbida, di lana colorata, l’avvolgeva tutta in un soffice teporino.
- …ho fatto uno strano sogno…- mormorò languida.
- Oh tesoro mio..- sua madre l’avvolse in un abbraccio lacrimoso. Mia piccolina, quegli schifosi… ci ha pensato tuo padre!
Julia si tirò a sedere di scatto.
Allora non aveva sognato!
In effetti era sdraiata nel lettone dei suoi e indossava un pigiama.
Allora Gaara, quel ragazzo esisteva sul serio?
- Papà! Quasi gridò in preda all’emozione. Il cuore le sbatteva in petto come un uccello impazzito un giovane dai capelli rossi mi ha aiutato…
- Veramente a chiamare la polizia è stata la custode della scuola.-
Suo padre s’interruppe vedendola piangere come una fontana.
La sua povera piccola era rimasta scioccata, l’avvolse in un tenero abbraccio.
- Signora Caterina..- Julia si precipitò dalla bidella .
Era arrivata a scuola con mezz’ora d’anticipo.
Doveva sapere: assolutamente!
Aveva passato la notte in bianco pensando a lui.
Non poteva esserselo immaginato, non poteva.
Altrimenti significava che nessuno l’aveva salvata, che quei due porci l’avevano..
Il solo pensiero le fece venire mal di stomaco.
No non se l’era sognato, non era possibile.
- Oh piccolina come stai?- La bidella lasciò la scopa correndo ad abbracciarla meno male che c’era quel ragazzo…
Il cuore di Julia mancò un battito - …il ragazzo coi capelli rossi? Esclamò speranzosa.
Voleva saperlo e temeva una risposta negativa.
- Sì lui, ma che bel giovane, un fisico! Sai è arrivato portandoti tra le braccia tipo un film dei miei tempi.- Sorrise sospirando - Tu eri svenuta , tesorina.
Vedessi come ti teneva, pareva avesse paura di farti male. E come ti guardava!Ah pareva mio marito quando ero giovane e bella…
Julia friggeva dalla gioia; interruppe il diluvio di chiacchiere della bidella.
- Ha lasciato detto nulla?- Domandò agitata.
La bidella si strinse le spalle chiaramente dispiaciuta.
- Va bene! Julia entrò di corsa in classe e lasciate le sue cose uscì dalla scuola.
Doveva trovarlo a tutti i costi; doveva sapere.
Non era possibile che quel ragazzo non fosse il suo Gaara; erano come due gocce d’acqua.
Doveva essere lui.
Per forza!
- Certo e tu come te lo spieghi un cartone animato che diventa carne e ossa? Le domandò una vocina nella sua testa. Era la vocina della ragione, quella che cercava sempre di tenerla lontana dai guai.
- Non me lo spiego!- Corse a perdifiato sino a raggiungere la stradina. Guardò attentamente le finestre individuando quella che cercava; era aperta.
Doveva chiamarlo?
- No niente urla in strada!- Esclamò dirigendosi verso il portoncino piuttosto malconcio del palazzo.
- Facciamo irruzione? Ma brava; prima fai sega a scuola e poi ti introduci in casa di un uomo; magari sposato e con tre figli a carico! Dai ammettti che eri così felice di essere stata salvata che lo hai immaginato identico a Gaara. D’altronde tu con quel tipo ci hai la fissa. Dai fattene una ragione, non può essere…
Lasciò che la logica nella sua testa proseguisse i suoi discorsi disfattisti e cercò un cognome sul citofono; c’erano solo tre cognomi e uno pareva fatto apposta.
Sabano G.
Non esitò neanche un minuto; suonò il campanello con tutta la sua irruenza giovanile.
Il portoncino scattò.
- Non vorrai mica..- cominciò la logica tormentosa e razionale come al solito.
Julia s’infilò dentro a razzo.
Salì le scale come una forsennata, senza neanche guardarsi attorno.
Era appena arrivata sul pianerottolo del primo piano quando lo vide; indossava i pantaloni di una tuta scura e una maglietta marrone a maniche corte.
Aveva un asciugamano poggiato sul collo.
- Non saresti dovuta venire qui; non è posto per una ragazza!- La guardava senza staccarle gli occhi di dosso, con un ardore quasi palpabile.
- Se non sei sabaku no Gaara perchè sei identico a lui?- Lei si avvicinò trafelata mettendogli davanti un’immagine del kazekage.
Lui la prese e la osservò stupito, poi le fece cenno di entrare.
Facendo tacere la sua vocina piena di saggezza, s’infilò nell’appartamento di un perfetto sconosciuto.
Si pentì subito di averlo fatto; la casa era fatiscente, le pareti sporche , scrostate.
Non c’erano mobili in giro, solo un paio di cassette di legno come tavolo e una specie di futon steso su un logoro tappeto.
Il pavimento era di vecchio parquet tarlato.
La cucina però era in condizioni migliori e sembrava piuttosto pulita nonostante combattesse con evidenti segni di vecchiaia e usura.
Il giovane le indicò un cuscino viola posto di fronte al tavolino.
- Siediti !Dobbiamo parlare!- Le disse dirigendosi verso la cucina cosa ti preparo? Thè , caffè, ho perfino l’occorrente per una cioccolata calda!
- Va bene del thè!- Julia inorridì al pensiero del kazekage intento a preparare un a cosa comune come il thè.
- Falla finita con sta storia del tuo Gaara, lo vuoi capire che questo tizio gli somiglia solo vagamente?- Borbottò seccata la sua vocina interiore sei in ritardo per la lezione, diamoci una mossa!
- Gli somiglia vagamente? Sbottò tra sé e sé la ragazza ma se è una stampa e un figura col kazekage!
Stava ancora borbottando quando il giovane le mise davanti una tazza con un grande girasole disegnato sopra; un aroma delicato saliva dai vapori .
Lui le si sedette di fronte ; i gomiti poggiati sul tavolino la fissava in volto.
- …io mi ricordo di te!- Le disse a bruciapelo, scrutando le sue reazioni.
Julia poggiò al volo la tazza evitando di spaccarla.
- Ho solo frammenti di memoria, e in uno di questi ci sei tu. Ieri ti ho sentita gridare prima ancora che tu finissi sotto le mie finestre.
La fanciulla lo fissava incredula; il cuore le scoppiava in petto.
Era lui, era il suo Gaara!
Ah, lei lo sapeva, doveva essere così!
Quel viso, quegli occhi; lei li conosceva così bene.
Conosceva a memoria ogni tratto di quel dolce viso, del volto dell’uomo che amava.
Non poteva sbagliarsi, neanche in un milione di vite avrebbe potuto dimenticarsi di lui.
Sentì le lacrime scivolarle sulle guance.
Con un gesto spontaneo lui tese le dita passandogliele sul viso, raccogliendo le preziose gocce.
Si avvicinò sfiorandole le labbra con le dita Julia, sei così bella!- Sussurrò carezzandole il volto.
Lei impallidì e arrossì insieme; da quanto tempo aspettava quelle parole, quell’istante.
Il giovane si avvicinò di più posando le labbra sulle sue; erano morbide, calde.
La fanciulla rispose al bacio sentendo il corpo andarle in fiamme.
Lo desiderava, quanto lo desiderava.
Gabriel dovette capirlo perché l’abbracciò dolcemente.
Sentiva il corpo della fanciulla delicato contro il suo; lasciò scorrere le mani sulle spalle sottili, sulla schiena.
Julia s’inarcò di piacere sentendo quel tocco delicato.
Quanto lo aveva desiderato!
Quanto!
Si lasciò andare sentendo il calore invaderle il corpo; una sensazione mista a piacere e dolore le saliva da in mezzo alle gambe.
Le mani di Gabriel scorrevano su di lei.
Lentamente si fecero via via più audaci arrivando a sfiorarle il seno.
Julia trattenne a stento un gemito; desiderava che lui continuasse a toccarla.
Lo desiderava ardentemente, mentre sentiva il corpo rispondere al richiamo di quelle mani.
I baci del giovane si fecero più audaci, le labbra , il collo, e giù sempre più giù dentro la camicetta.
-…Gaara…!-Mormorò carezzandogli i capelli, inebriata dal piacere.
Repentinamente com’erano cominciate, le carezze cessarono.
Il giovane si scansò alzandosi in piedi
Era furioso .
Julia rimase a terra stupita, con una mano si stringeva la camicetta.
Guardava il giovane e si sentiva morire di vergogna, di desiderio, di rabbia.
- Così è per questo che ti facevi baciare, toccare..- le gridò furioso.
Improvvisamente il viso di solito impassibile si trasformò; gli occhi si scurirono come se un velo li avesse coperti per tutto il tempo hai pensato a quel tuo Gaara. Non hai mai...non baciavi me...pensavi a lui..!
Julia lo guardava confusa; ma cosa c’era di sbagliato?
Non riusciva a capire.
Gabriel era Gaara, lei lo sapeva.
Che cosa mai poteva cambiare un nome?
Conosceva Gaara, non poteva sbagliarsi!
A nessun altro avrebbe mai permesso di toccarla.
Si alzò lisciandosi la gonna nervosamente. Sì baciavo Gaara e…
Lui l’acchiappò per un braccio e aperta la porta la spinse fuori.
Un gesto rapido deciso, senza farle male: spezzandole il cuore.
- Non tornare mai più, mai!- Le disse con un filo di voce.
Prima che potesse aggiungere altro le chiuse la porta in faccia, ma Julia avrebbe giurato di vedere il kajal colare dagli occhi di Gabriel.
Non era giornata.
Era seduta sul divanetto davanti alla presidenza e cincischiava la gonna.
Il preside aveva saputo della sua fuga e adesso voleva spiegazioni.
Credeva di essere in tempo per la prima ora, invece era rientrata a scuola alle dieci e il bidello l’aveva subito spedita in segreteria.
Adesso chi lo diceva a mamma e papà che era stata punita perché se ne era andata a casa di un ragazzo?
Le venne l’orticaria solo all’idea.
Doveva inventarsi una scusa decente.
Doveva solo sperare che la bidella non la tradisse.
Ma cosa…
Non riuscì ad inventarsi nulla perché il preside in persona comparve nel vano della porta.
- Entri prego, signorina Villareale!
Il preside, mai stato una bellezza, quel giorno le parve ancora più brutto;viscido.
Cominciò a piangere.
Non lo aveva preventivato , ma le lacrime le scendevano mentre entrava a testa bassa nella presidenza.
Il preside tossicchiò nervosamente; non gli faceva piacere quell’improvvisa debolezza.
Era preparato ad affrontare ragazzini sfacciati non fanciulline in lacrime.
- Signorina, dove è stata per quasi due ore…- cominciò interrotto dai singhiozzi della ragazza.
Sembrava che qualcuno avesse aperto le cataratte del cielo.
Julia piangeva e piangeva senza fermarsi.
Addirittura singhiozzava raggomitolata su se stessa.
Il cuore le faceva così male.
Non riusciva a pensare ad altro che lui.
Non c’era niente che contasse più di lui.
Le aveva detto di non tornare.
Aveva un viso così triste.
Non poteva vederlo mai più.
Mai più in tutta la sua vita avrebbe visto la persona che più amava.
Lo aveva sognato per così tanto tempo.
Lo aveva pensato, desiderato, ed ora che era a pochi passi da lei, ora non poteva vederlo mai più.
- No, no…!- Cominciò a gridare.
- Signorina, signorina la prego! Il preside si alzò nervoso.
Non sapeva se toccarla oppure no.
L’avrebbero accusato di molestie, di pedofilia…
Si vide in manette, in una cella buia, nutrito a pane ed acqua.
Spalancò la porta chiamando a gran voce le segretarie.
Senza farsi pregare arrivarono in coppia guardandolo con aria feroce.
- La signorina non si sente bene, deve essere lo chock retroattivo biascicò cercando di darsi un tono mentre si asciugava le mani sudate sul vestito di rigatino scuro.
Le donne si limitarono alla solita occhiata sprezzante e presa Julia in mezzo la portarono nel loro ufficio.
- Allora si può sapere cosa sta succedendo?- Sua madre la osservò con aria decisamente poco conciliante. E’ forse successo qualcosa che non vuoi dire di fronte a tuo padre?
Julia arrossì.
Oddio e adesso cosa poteva dire a sua madre?
Si coperse il viso con le mani.
- Basta con tutte queste lacrime; se hai dei problemi me li devi raccontare in modo che possiamo risolverli insieme. Sua madre le si sedette accanto , togliendole le mani dal viso. Capisco che hai i tuoi segreti e certe cose ti imbarazzano. …- le mani della ragazza tremarono impercettibilmente ma non voglio vederti così disperata, possiamo provare a rimediare a tutto!
La ragazza sfilò le mani da quelle di sua madre e se le strinse in grembo.
- …ecco io…- doveva cercare di dire la verità, magari non proprio tutta, perché sua madre era bravissima a scoprire le bugie.
A volte pensava che fosse lei a fare il poliziotto e non suo padre!- …sono andata dal ragazzo, quello che mi ha salvata!-Esclamò tutto d’un fiato.
Sua madre tacque; la guardava come se volesse scrutarle l’anima - ..e allora…
- Lui è stato contento di vedermi. Mi ha offerto il tè e ci siamo messi a parlare…- Julia si dimenava come se dovesse correre al bagno.
- Eh…?- Il viso di sua madre era una maschera.
- Siccome ha i capelli rossi io gli ho detto che somigliava a Gaara e lui si è arrabbiato. Mi ha detto di non tornare più!- Ricominciò a piangere, più che altro per distrarre sua madre.
- Credo che tu non ti renda conto della gravità di ciò che hai fatto!Adesso vai a lavarti la faccia e poi tu e io faremo un bel discorsetto.- Sua madre si alzò andando in cucina.
Julia si affrettò ad obbedire; non era il caso di contrariare sua madre.
Forse era stato un po’ brusco con quella ragazza!
Si caricò sulle spalle l’ennesima cassetta portandola fino al punto di smistamento.
Il mercato era tutto un vociare di gente che urlava, chiacchierava, s’insultava; il posto ideale per pensare!
Si asciugò il sudore caricandosi un’altra cassetta.
Perché continuava a pensare a lei?
Tra poche ore, quella stessa sera avrebbe visto decine di ragazze che non desideravano che un suo sguardo, che desideravano lui.
Solo lui.
Pensavano a Gabriel che si esibiva per loro, non a qualcun altro.
Il pensiero non lo tranquillizzò.
Si caricò altre cassette intensificando il ritmo del lavoro; doveva smettere di pensare.
Assolutamente.
- Ehi Gabe, sei un fenomeno oggi; cosa ti sei preso per colazione?- Il suo capo gli dette una pacca amichevole sul sedere. Quando hai finito di scaricare vieni che ti offro qualcosa al bar!
Il giovane assentì continuando nel suo andirvieni.
- ..allora cosa ti ha detto tua madre? Mariarosa si sedette accanto a lei cercando di non dare troppo nell’occhio.
Tutti sapevano che il giorno precedente era sparita per due ore e poi era stata convocata dal preside.
- E Gargamella? Da racconta,- insistette l’amica - mi stai facendo morire di curiosità con tutti questi misteri.
Misteri? Effettivamente qualche mistero sulla presenza di Gabriel c’era davvero. Il resto era routine! Ma poteva raccontare a Mariarosa una storia così personale, intima?
La campanella di inizio lezione la salvò.
- Ma voi lo avete visto quel ragazzo nuovo alla discoteca (………..)? Denise si sistemò con finta noncuranza i lunghi capelli - ..è di una bellezza incredibile .
- E quando ci sei andata in discoteca, bella porcellina? La apostrofò Eufemia.
Julia cercò di prestare attenzione alle chiacchiere delle compagne.
Il professore era assente e avevano avuto il compito di studiare da soli.
Ogni tanto la bidella si affacciava per controllare che se ne stessero tranquilli.
Naturalmente non c’era nessuno che studiasse; si erano formati vari capannelli e ognuno chiacchierava, disegnava, giocava, per fatti suoi.
- Sabato scorso mi ci ha portato il fidanzato di mia sorella . E’ stato uno sballo. C’era un sacco di gente, e poi musica, luci. C’erano le cubiste, e pure i cubisti maschi…e uno era bello da impazzire.- Guardò il cerchio attorno a sé assicurandosi di avere la loro attenzione - Aveva la pelle bianchissima e si muoveva in una maniera veramente sensuale; ti faceva venire le voglie solo a guardarlo…
Julia si alzò con la scusa di andare al bagno; era stufa di sentire le stupidate di Denise.
Era talmente presuntuosa; tutto quello che faceva lei era meglio degli altri, solo lei vedeva cose meravigliose.
- …e poi aveva i capelli rossi, sembravano fiamme. Aveva un viso bellissimo e certe volte ti guardava in faccia! Aveva degli occhi che ti facevano rabbrividire, ribollire il sangue!
Julia si sedette mancando la sedia.
Attirate dal rumore le sue compagne si voltarono a guardarla.
Ho inciampato!- Mentì cercando di evitare lo sguardo indagatore di Mariarosa.
- Sai che quel ballerino somiglia a quel tipo che disegni sempre? Denise le si mise davanti con aria trionfante. Sì, ci somiglia proprio!
- Ma dai, a Julia non frega niente di uomini in carne e ossa Lucia non perse l’occasione per spalleggiare l’amica a lei basta masturbarsi con i disegni del suo Gaara!
Julia impallidì; le veniva da piangere.
- Certo che sei proprio una bella vipera eh! Intervenne Mariarosa abbracciando l’amica - ..apri bocca e le dai fiato, vero?
- Ma stai zitta, racchia!- Gridò Lucia furiosa.
- Ohi ohi, le donne litigano!- Esclamò Peppe avvicinandosi al gruppetto di ragazze.
Julia ne approfittò per scappare al bagno.
Non ne poteva più: non ce la faceva più!
Non le importava niente di nessuno, voleva solo vederlo.
Vederlo e basta.
Era chiedere troppo?
Le scesero le lacrime.
Salì di corsa le scale; aveva poco tempo.
Doveva vederlo.
Bussò forte alla porta, una volta, due, ma se anche lui era in casa non sembrava intenzionato ad aprirle.
Si sedette a terra sconfitta.
Aveva già provato a cercarlo quella mattina presto; ma lui sembrava essere sparito.
Come se non fosse mai esistito.
Cosa doveva fare? Cosa poteva fare?
Si rannicchiò con le gambe al petto e la schiena contro la porta; avrebbe aspettato, non importava quanto, doveva vederlo!
- Sei in ritardo!- Sua madre l’aspettava sulla porta con un cipiglio piuttosto severo sei andata ancora a cercare quel ragazzo?
Julia abbassò la testa.
- Non ti sembra il caso di smetterla? Le gridò dietro mentre la ragazza si rifugiava in bagno.
Non riusciva più a fare nulla, a pensare ad altro che a lui.
Era questo l’amore?
L’amore faceva venire il mal di pancia, toglieva il sonno, l’appetito, la voglia di esistere?
Si guardò allo specchio trovandosi brutta; aveva gli occhi gonfi dal troppo piangere e il viso stanco, pallido.
Si appoggiò al lavandino ricominciando a singhiozzare.
Qualcuno bussò alla porta così violentemente da farla sobbalzare.
- Julia, c’è Patty al telefono, vieni dai!- Le gridò sua madre da dietro la porta.
Improvvisamente sollevata, la ragazza si sciacquò velocemente il viso uscendo.
Patty, a lei poteva dire tutto. Lei avrebbe capito. Afferrò la cornetta , e accertatasi di essere sola aggiornò l’amica.
Bastarono poche parole perché Patty capìsse che le cose andavano male.
Si dettero appuntamento in piazza; dovevano parlare, agire.
Sentendosi più leggera Julia attaccò la cornetta.
Non doveva più piangere!
Si rassettò ed andò ad aiutare sua madre a preparare la tavola; doveva chiederle il permesso di uscire!
Sperava solo che le dicesse di sì.
Erano sedute su una panchina un po’ nascosta della villa.
L’aria primaverile le aveva indotte a comprarsi un gelato.
-Dobbiamo andare in discoteca; è semplice! Propose infine Patrizia dopo una lunghissima discussione intervallata dai singhiozzi dell’amica. Se non vuole vederti a casa, lì non potrà sfuggirti.
- E se non fosse lui? Se Denise avesse esagerato per fare la stupida?-
- Senti Julia, comunque vadano le cose devi risolvere questa storia. Non è possibile continuare a piangere senza fare nulla!-
-Come nulla! Julia s’alzò furiosa faccio le poste davanti casa sua ogni volta che posso, che altro potrei fare? Che altro, dimmelo tu?
Patrizia sussultò colpita dalla veemenza dell’altra.- Scusami, non volevo dir questo. E’ che sono preoccupata!
L’amica sembrò ammansirsi; si sedette riprendendo a smangiucchiare il gelato.
Non sapeva neanche lei come avesse fatto a convincere i suoi genitori a lasciarla andare in discoteca con le amiche; sapeva solo che finalmente era sabato!
C’era un’altra cosa che sapeva con assoluta certezza; sapeva che se non l’avesse visto sarebbe morta.
Morta.
Non aveva più nulla da perdere.
Aveva indossato il vestito più carino che aveva, si era un po’truccata e da ventiquattrore non piangeva.
Scesero dalla macchina dopo quaranta minuti di macchina.
A Julia tremavano le gambe.
Gli altri non sembrarono farci caso; erano tutti eccitati, emozionati!
- Vedrai quanto è bello..- Denise la prese sottobraccio con aria compiaciuta.
- Sì , è così bello che butterai tutti i tuoi pezzi di carta e penserai solo a lui!- Lucia l’afferrò per l’altro braccio e così scortata fece il suo ingresso , per la prima volta in vita sua, in una discoteca.
L’impatto non fu dei migliori; c’era un rumore fortissimo, e poi fumi colorati, luci.
Se le sue compagne non l’avessero tenuta a braccetto probabilmente si sarebbe voltata e se ne sarebbe andata.
Doveva farsi forza!
Gabriel era lì!
Adesso doveva solo trovarlo in mezzo a quella confusione.
Sforzandosi di sorridere si fece largo tra la gente.
Le sue compagne la guidavano entusiaste; si muovevano con disinvoltura tra la gente.
La musica era assordante e le luci stroboscopiche la facevano sentire spaesata.
Continuò a camminare guardandosi attorno finchè non lo vide.
Si fermò impietrita; la sua mente sembrò svuotarsi di tutti i rumori di fondi, della presenza delle amiche!
L’aveva trovato!
Non c’erano dubbi era lui.
Finalmente dopo tre giorni d’inferno riusciva a vederlo di nuovo.
Era su una pedana rialzata e ballava come se la musica facesse parte di lui, come se ce l’avesse nel sangue.
I movimenti del giovane erano perfettamente a tempo con la musica.
Tutto nel suo corpo era armonia.
Alcuni ragazzi gli ballavano attorno cercando di imitarlo; le ragazze, anche le sue compagne di classe, urlavano chiamandolo.
Lui pareva non sentire nessuno; era come in trance mentre seguiva il ritmo sonoro.
Ballava e stille di sudore si formavano sul suo corpo seminudo: ma lui neanche se ne curava.
La mente persa chissà dove si lasciava condurre dai suoni, dalla melodia.
Lentamente la musica si fermò; un silenzio surreale cadde per un istante attorno al giovane.
Come se l’incantesimo si fosse spezzato il giovane s’immobilizzò sulle note finali; il viso candido e gli occhi verdi. sottolineati dal trucco pesante. fissavano un punto imprecisato della sala.
Julia non riusciva a muoversi.
Era come paralizzata, lo guardava e non riusciva a farsene una ragione.
Aveva davanti a sé l’immagine in carne ed ossa di Gaara.
Eppure non era sabaku no Gaara!
Non poteva esserlo perché quello sul cubo era un uomo di carne e ossa!
Allora chi era, chi?
Come se l’avesse sentita il giovane si voltò verso di lei,i loro sguardi s’incrociarono.
Lui sussultò; non se lo aspettava.
Non immaginava che lei sarebbe venuta.
Lo aveva sperato, lo aveva desiderato.
Era stato crudele: l’aveva lasciata così tanto tempo ad aspettarlo fuori dalla porta.
Senza una parola scese dal cubo avvicinandosi; le prese la mano e sparì con lei in mezzo alla folla.
Doveva essere una specie di camerino; c’erano specchi per tutta una parete e appesi in giro abiti pieni di lustrini, camicie colorate, gonne.
Lui chiuse la porta mettendovisi davanti come se volesse bloccarle la fuga.
Ma Julia non sembrava intenzionata a fuggire.
Fissava il ballerino come se volesse imprimerselo nella mente, come se dovesse imparare tutto di lui.
- Come hai fatto a trovarmi? Ascoltò la sua voce: aveva quasi scordato quanto fosse bella
Le scesero le lacrime ; non aveva la forza di parlare, di spiegare.
Non aveva la forza di fare nulla se non stare con lui, guardarlo.
Il giovane chinò la testa adesso basta piangere, basta per favore!- La prese tra le braccia baciandole il viso umido.- Perdonami, perdonami , ti prego
Lei gli si abbandonò contro.
Quanto aveva desiderato quel momento.
- Ci vediamo domani!- Lui la riaccompagnò in sala.
Con una scusa erano riusciti a stare insieme un’oretta scarsa; ma era il suo lavoro e non poteva fare di più.
- Lei annuì; da quando lo aveva rivisto non era riuscita a spiccicare parola.
Vedeva solo lui e non aveva altri pensieri.
A cosa le serviva parlare, cosa mai doveva dirgli; lui le stava accanto e questo le bastava.
La teneva stretta al petto fendendo la folla.
Arrivarono fin sotto la pedana ascoltami, resta qui con me e guardami come solo tu sai fare. Guardami con quei tuoi meravigliosi occhi che mi fanno venire i brividi.- La baciò sulle labbra, senza vergogna. Davanti a tutti.- Quando devi andare a casa vai tranquilla. Domani staremo ancora insieme, te lo prometto. Domai e dopodomani; per sempre Julia, finchè non ti stancherai di me!
Prima che lei potesse obiettare era di nuovo sulla pedana.
Era lui eppure si era trasformato; eccolo il ballerino sul cubo.
Una figura inguainata in un paio di pantaloni di pelle nera, una maglietta aderente nera piena di polvere dorata, anfibi.
Danzava e la musica lo seguiva.
- ..ammazza quanto sei bella Julia!- Bruno la guardò estasiato passare tra i banchi.
Lei arrossì andando a sedersi al suo banco vicino alla finestra.
- Cari miei, Julia in discoteca si è rimorchiata un cubista!- Intervenne Denise bonaria.
- Già e sono spariti per un’ora…quindi ragazzi se tra un po’ Julia non entra più nei vestiti …- continuò Lucia facendo ridere e scandalizzare i compagni- sappiate che il colpevole è sabaku no Gaara!
Risero tutti, anche Julia.
Non si sentiva offesa; sapeva che non stavano ridendo di lei ma con lei.
Quando la sera prima erano uscite dalla discoteca non avevano fatto che domandarle delucidazioni, farle domande.
Un po’ per tenersele buone, un po’ perché emozionata, Julia aveva raccontato la storia del suo incontro con Gabriel , omettendo qualche particolare.
Le compagne avevano subito simpatizzato con lei ; è vero che gli aveva soffiato il bel cubista da sotto il naso, ma pazienza!
L’avevano riempita di consigli e le avevano spiegato tutto sul sesso.
C’erano cose che a Julia non sarebbero mai passate per la mente; cose che francamente un po’ giudicava oscene.
Sabrina e Chiara le avevano spiegato anche come far godere un uomo senza avere rapporti sessuali.
Le avevano illustrato tutti i particolari dei preliminari spiegandole cosa doveva fare per incoraggiare il partner.
Parevano delle vere enciclopedie.
A sentire loro pareva fossero state con chissà quanti uomini; saggiamente Julia pensò che tutte quelle chiacchiere sul sesso fossero solo dovute ad un’attenta lettura di giornaletti specifici e visite su internet.
Comunque fosse avevano passato la domenica e decidere come Julia si dovesse vestire, cosa dovesse dire, fare e cosa inventare per giustificare un ritardo a casa.
Lucia e Denise erano pronte a fornire un’adeguata copertura.
Avrebbero comunque tenuto i cellulari accesi per qualsiasi emergenza.
Avevano confabulato talmente tanto che la madre di julia aveva mangiato la foglia.
Saggiamente fece finta di nulla ; aveva già istruito sua figlia su come comportarsi riguardo al sesso e agli uomini; non le restava che fidarsi.
Come aveva promesso l’aspettava all’uscita della scuola; in mezzo agli studenti, suoi coetanei e non, si confondeva.
Per un bellissimo istante Julia desiderò che Gabriel potesse frequentare la sua scuola, la sua classe…
Poi la gelosia le fece cancellare il pensiero.
Gabriel era solo suo; non doveva vedere altre ragazze e…
Ogni pensiero le sparì dalla mente quando lui la prese per mano.
Fendendo la folla la condusse lontano dagli altri, nella stradina deserta e poi su nel suo appartamento.
Sembrava molto nervoso, agitato.
Non aveva detto una parola per tutto il tragitto .
A Julia non era dispiaciuto; aveva avuto tutto il tempo per osservarlo.
Aveva un corpo armonioso e ben proporzionato, spalle larghe e un bacino ampio che terminava con un sedere che era tutto un programma.
Quel giorno indossava dei jeans aderenti e una maglietta blu/azzurra che faceva risaltare il suo incarnato delicato.
Era a maniche corte nonostante l’aria non fosse poi così calda.
Lui si chiuse la porta alle spalle poggiandosi alla porta e attendendo in silenzio.
Julia ebbe un attimo di terrore.
Si riscosse dai suoi pensieri incontrando lo sguardo degli occhi acquamarina.
Gabriel attendeva.
La ragazza ebbe un attimo di panico; voleva fare sesso adesso, subito , in corridoio?
Cercò di rammentare le istruzioni impartitele domenica dalle amiche.
Niente, non si ricordava niente.
Aveva la bocca asciutta per l’emozione!
-….allora che ne dici? Cominciò lui dopo aver atteso pazientemente che lei si decidesse a parlare.
- …io vorrei….però non l’ho mai fatto e…- si ammutolì arrossendo. Al solo pensiero le si erano già bagnate le mutandine.
- Non l’hai mai fatto? Ma cosa? - Gabriel, ristette un attimo pensieroso, poi scoppiò in una sonora risata, una risata sincera, liberatoria.
Il suo volto di solito cupo s’illuminò splendendo di luce propria.
Era molto, molto più bello, che quando se ne stava immusonito.
Julia decise all’istante che l’avrebbe reso felice, così da vederlo ridere molto molto spesso.
Continuò a guardarlo estasiata anche dopo che lui ebbe smesso di ridere; non si sarebbe stancata mai di farlo.
Il ragazzo la prese per mano facendole fare un giro della casa; allora finalmente Julia capì!
Nelle poche ore che non si erano visti Gabriel s’era dato un sacco da fare tirando a lucido i pavimenti, tinteggiando le pareti, appendendo tende e poster.
Era sparito il misero lettuccio e un bel materasso troneggiava in mezzo ad un tappeto dai colori sgargianti.
Aveva lenzuola bianche come la neve ed una trapunta di seta bellissima piena di colori. Tutto era nuovo, perfetto.
Erano sparite le cassette della frutta e ovunque spiccavano oggetti nuovi, di vari stili, che comunque ben si armonizzavano tra loro.
La casa aveva assunto un curioso aspetto etnico fatto di tappeti colorati, tende variopinte, vasi e libri.
Appena percettibile nell’aria l’odore di fiori; gigli di serra.
- E’ bellissima! Sorrise Julia guardandosi in giro.
Non c’era paragone con lo squallore della sua prima visita .
- Tu sei bellissima! Gabriel la strinse a sé cominciando a baciarla la tensione era svanita dal suo corpo.
Julia cercò di resistere, per un istante, ai suoi assalti, poi senza averlo preventivato, senza pensarci si ritrovò ad armeggiare con i bottoni dei jeans di Gabe.
Le mani si muovevano quasi da sole, spogliandolo, cercando un piacere sempre maggiore.
Gabriel, si tolse i pantaloni e la trascinò verso il letto; si stesero sulla coperta colorata.
I suoi baci erano ardenti come il fuoco, le sue mani leggere la sfioravano facendola gemere di piacere, incitandola a godere.
- Gabriel!- Mormorò quel nome quasi come un’implorazione.
Lui la spogliò piano piano, un indumento alla volta riempiendola di baci a cui la fanciulla si offriva con gridolini estasiati.
Quando finalmente Julia fu nuda lui rimase immobile a rimirarla - sei meravigliosa le disse cominciando a carezzarle i seni morbidi a baciarle i capezzoli turgidi.
Julia gemeva mentre con le poche forze che le rimanevano armeggiava con la maglietta di Gabriel.
Il giovane l’aiutò sfilandosela; poi l’ abbracciò.
Il contatto dei capezzoli di lei, contro la pelle liscia di Gabriel eccitò entrambi.
Gabriel sfilò le mutandine di Julia.
Lei gli tolse i boxer guardandolo estasiata.
Era la prima volta che vdeva il sesso di un uomo.
Il pene di Gabriel era turgido e grande, meravigliosamente grande.
Julia lo accarezzò sentendolo fremere tra le sue mani.
Improvvisamente ricordò quanto le avevano spiegato le amiche; quanto potesse far godere Gabriel, quanto potesse godere anche lei.
Spinse il giovane con la schiena contro la coperta e gli si mise sopra.
Le sue labbra baciarono il meraviglioso membro, il pene eretto del giovane.
Lui sussultò di piacere.
Incoraggiata, cominciò leccarlo ; teneva le mani sui fianchi di lui , sui suoi bellissimi fianchi e si sentiva bagnata in mezzo alle cosce.
Era una sensazione bellissima, si sentiva così bene che avrebbe voluto urlare di gioia.
Gariel assecondava i suoi movimenti e con le mani le carezzava la schiena, le toccava i seni.
Smaniava, smaniava toccandola il più delicatamente possibile, dosando la forza.
Julia prese in bocca il pene del giovane; pensava le avrebbe fatto schifo.
Quando le sue amiche glielo avevano detto ne era rimasta disgustata.
Aveva giurato di non farlo.
Invece ora le era venuto spontaneo, tenerlo in bocca, succhiarlo dolcemente era la cosa più bella del mondo.
Gabriel gemeva sempre più forte mente il suo corpo s’imperlava di sudore.
- Basta, basta Julia dolcemente Gabriel la fece stendere sotto di sé . Gli occhi gli brillavano come stelle, il corpo era teso dal piacere eppure morbido fammi venire, fammi venire dentro te!- La supplicò al limite dell’eccitazione.
- Julia allargò le cosce vieni ,vieni ti prego sentiva che se non l’avesse avuto, se non le fosse entrato dentro sarebbe impazzita.
Lui si chinò guidando il pene dentro la vagina umida sei così eccitata, così bagnata mormorò felice mentre lei si muoveva accogliendolo in sé.
I corpi si muovevano all’unisono , le mani strette mentre gridavano dal dolore, dal piacere
Insieme, raggiunsero l’apice finale.
Gridarono insieme di piacere e di dolore.
Insieme raggiunsero l’orgasmo.
Sfiniti si abbandonarono sulla coperta.
Gabriel l’abbracciò facendo aderire il suo corpo a quello di lei; fianco a fianco.
Improvvisamente sembrava triste.
- mi vuoi un po’ di bene? le chiese a bruciapelo.
- Ma che dici?- Julia gli carezzò il volto candido - …io ti amo!
- ..anche se ti dico che non ho genitori?
- Ti amo!- Insistette Julia.
- ..che devo fare due lavori per mantenermi?
- Ti amo Gabriel!
Il giovane chiuse gli occhi quasi a trattenere le lacrime ascolta….io ti ho mentito…non lo so se mi chiamo Gabriel…Quando mi hanno trovato, quando mi hanno chiesto come mi chiamavo, io ricordavo solo le lettere SabanoGa. Questo ho detto e così che è uscito fuori il mio nome , il cognome.
Stringeva gli occhi no osando aprirli, temeva il giudizio di Julia.
- Perché me lo dici ora, dopo che abbiamo fatto l’amore? Chiese julia improvvisamente tesa.
- Perché ti amo, perchè ho cercato per molto tempo di ricordare chi fossi, ma mi tornava in mente solo il tue nome e quelle lettere. Quando mi sono rassegnato sei arrivata tu. Eri così bella, il mio desiderio, la donna che sognavo da così tanto tempo era finalmente arrivata. Tu eri solo per me.. e io ero felice.
Ero felice ma invece tu cercavi un altro cercavi Sabaku no Gaara.
Io dovevo cederti a lui; io ..mi sono disperato.
- Allora è come dicevo io , tu sei Gaara, saba(ku)noGa(ara)!- Julia lo afferrò per le spalle improvvisamente arrabbiata, confusa.
- Io sono chi sono- lui spalancò gli occhi- mormorava e la sua voce così bassa risuonava nel silenzio come un urlo ti piaccio perché sono lui o ti piaccio perché sono io?
- Hai fatto l’amore con me per dimostrarmi quanto sei bravo, quanto sei migliore di Gaara?- Julia si alzò dal letto; la sua nudità era così bella, piena di grazia e curve che il membro di Gabreil si irrigidì pieno di desiderio.
- No, non solo!Io ti voglio e..
Julia si alzò in piedi cercando con rabbia i vestiti; si sentiva usata, quasi sporca!
Come aveva potuto permettere a quello sconosciuto di prenderla, di penetrarla.
Ricordò come avesse preso in bocca il suo membro e si sentì una puttana.
Cosa aveva fatto!
Che schifo!
Lui le si parò innanzi, le braccia spalancate , il volto rigato da lacrime - ..non te ne andare, non lasciarmi…se ho sbagliato era solo per timore di perderti!Ti ho aspettata così tanto!
- ….anche io ti ho aspettato…- gridò lei
- No, tu aspettavi Gaara!- Rispose lui tristemente- Volevi solo lui. Io ti piaccio perché gli somiglio, vero?- Si accosciò a terra, la testa china. Se i miei capelli fossero marroni, se avessi gli occhi castani…mi guarderesti ancora con quegli occhi che mi fanno rabbrividire? Con quel desiderio che ti si legge dentro?
Julia ristette turbata. Lo avrebbe amato anche con i capelli castani?Con gli occhi marroni?
Lasciò cadere il vestito che si apprestava ad indossare.
Su cosa si basava il suo amore per Gabriel?
Guardò il giovane accosciato a terra; stava soffrendo!
Lui l’amava; lo sapeva!
E lei, lei cosa provava per lui?
Lo amava perché era identico a Gaara?
- Si, mi piaci perché sei identico a Gaara; io amo Gaara e nessun altro. Tu sei uguale a lui, e quindi va bene così.- Si stupì delle sue stesse parole, non si rese conto di averle pronunciate finchè non ne vide l’effetto devastante sul ragazzo.
Si era coperto il volto con le mani .
- …tu sei Gaara, non ricordi di esserlo. Questo è vero, ma sei lui in carne e ossa. Qualcosa ti ha portato qui, hai ricordi frammentari, ma sei il Kazekage di Suna.- Si avvicinò al giovane carezzando la bella schiena nuda, le spalle.
I corpo del giovane s’irrigidì; alzò la testa guardandola.
Julia lanciò un gridolino; aveva visto qualcosa in quegli occhi cangianti, qualcosa di terribile che non riusciva a definire.
- Non Gabriel ? Tu vuoi Gaara?- Insistette come a chiedere conferma.
- Tu sei Gaara, perché ti fai tutti questi pippe mentali?- Confermò la giovane I ricordi torneranno, e se anche non fosse non importa, perché mi basta stare con te .Lo carezzò ancora e ancora mentre il corpo del giovane sembrava rilassarsi pian piano.
- …se io fossi Gaara e non volessi ricordare, se volessi essere solo Gabriel ..non ti basterebbe questo?- L’abbracciò implorando qualcosa, la comprensione, un aiuto.
- Se vuoi essere Gabriel sarai Gabriel, vivrai qui con me, staremo insieme. In qualunque modo decida di chiamarti, anche se non ricorderai mai , tu sei e sarai sempre il mio Sabaku no Gaara poggiò le labbra su quelle di lui.
Lui l’abbracciò stretta; così forte da toglierle il respiro.
La portò con sé verso il letto e si sdraiarono insieme abbracciati nel dolce tepore del sonno.

Non menzionarono più quella discussione.
Fu come se fosse avvenuta millenni prima.
Gabriel e Julia cominciarono a frequentarsi con regolarità.
Ogni giorno lui passava a prenderla, la riportava a casa, sotto lo sguardo inquisitore dei genitori di Julia.
Sembrava che tutto filasse a meraviglia tra di loro.
Ma Gabriel era cambiato; si era come rinchiuso in se stesso e ogni giorno che passava sembrava somigliare sempre più a Gaara.
Poi un giorno non venne a prenderla!
Con un oscuro presentimento Julia corse verso l’appartamento.
Bussò alla porta e Gabriel le venne ad aprire; aveva il volto scuro.
- Cosa succede?- Julia cercò di abbracciarla ma lui si ritrasse.
- Era a torso nudo e teneva la mano destra dietro la schiena.
- …se è vero che sono Gaara, se è vero che sono il Kazekage di Suna niente potrà ferirmi vero?- Le disse con gli occhi velati di disperazione.
- Gaara, Gabriel, basta con questa storia..se vuoi ti chiamerò Gabriel e non ci penseremo più!- Julia cercò di abbracciarlo.
- Rinunciaci, rinuncia a Gaara!- Esclamò il giovane con veemenza.
- Smettila con questa storia, è senza senso te ne rendi conto?- La fanciulla era veramente seccata, indispettita.
- Non è così, perché non capisci che io non sono lui, che io sono Gabriel e basta. Ho diciassette anni, presto ne avrò diciotto; lavoro ai mercati generali e la sera in discoteca. Mi piace leggere, cucinare, amo questa vita, ma più di tutto amo te Julia. Non ti basta questo?
- Ne abbiamo parlato fino alla nausea Julia si diresse verso la cucina preparandosi una tazza di tè non hai un passato, non hai ricordi, non hai documenti, vivi in una catapecchia e fai due lavori miserabili! Se questo ti basta, se ti fa piacere fingere di essere un’altra persona, allora fallo e finiamola una volta per tutte!
Gabriel s’irrigidì; il disprezzo nelle parole di Julia lo ferì più di qualsiasi altra cosa gli avesse detto.
Era quello dunque che pensava di lui.
Quello che Gabriel faceva era miserabile, quello che Gaara faceva encomiabile.
Come un automa tolse la mano da dietro la schiena ; aveva un coltello in mano. Un coltello grosso, affilato che aveva preso chissà dove.
-…Gaara…- gridò Julia.
Lui la guardò disperato ti ridarò il tuo Gaara disse piantandosi il coltello nelle viscere.
Julia gridò mentre il sangue colava, mentre Gabriel si accosciava sul pavimento.
Si era squarciato le viscere e con entrambe le mani continuava a spingere il coltello sempre più a fondo, come se questo riuscisse a calmare l’angoscia che provava.
I suoi occhi, così belli, si velarono mentre la vita scorreva via da lui, mentre il sangue si allargava sul pavimento.
Scorreva rosso e terribile fino a scurirsi per poi seccarsi completamente,polverizzandosi.
Scorse il sangue, finchè il corpo di Gabriel non ne fu svuotato; allora anch’esso cominciò ad asciugarsi trasformandosi in un mucchio di sabbia.
Julia gridò e gridò ancora gettandosi tra la sabbia, affondandovi il viso e la mani.
Non era rimasto nulla di Gabriel, solo i pantaloni che indossava.
Niente più.
Niente!
- Sono incinta!- Erano tutti a tavola quando decise di dare l’annuncio. Oramai non poteva più nascondere la sua gravidanza. Intendo tenere il bambino perciò è inutile fare storie!
Suo padre si alzò di scatto rovesciando una sedia; stava per dire qualcosa ma la moglie lo fece tacere.
- …va bene Julia; domani o dopodomani andremo dal ginecologo.- La madre guardò la sua primogenita con dolce tristezza. Sapeva che il ragazzo che amava era morto, che lei aveva affrontato il lutto con incredibile fermezza.
Forse sapeva di essere incinta e il bambino le aveva dato la forza di resistere.
Sarebbe nato questo bambino , lo avrebbero cresciuto insieme e sarebbe stato felice come lo erano stati , seppure brevemente, i suoi genitori.
venerdì 22 febbraio 2008

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